arresti avvenuti nel quartiere ebraico

2 Arresti

Via degli Specchi

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Almansi in Rigano, p.27

20 Arresti

Piazza Costaguti

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Almansi in Rigano, p.27

24 Arresti

Via di Sant'Angelo in Pescheria

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Almansi in Rigano, p.27

33 Arresti

Via di Sant'Ambrogio

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Almansi in Rigano, p.27

39 Arresti

Via Arenula

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Almansi in Rigano, p.27

69 Arresti

Via della Reginella

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Almansi in Rigano, p.27

130 Arresti

Via del Portico d'Ottavia

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Almansi in Rigano, p.27

16 Arresti

Via Catalana

27 Arresti

Vicolo Costaguti

37 Arresti

Via del Tempio

6 Arresti

Piazza Benedetto Cairoli

6 Arresti

Piazza Benedetto Cairoli

6 Arresti

Piazza Benedetto Cairoli

6 Arresti

Via dei Calderari

6 Arresti

Via di S. Bartolomeo de' Vaccinari

1 Arresto

Lungotevere Cenci

1 Arresto

Piazza Mattei

1 Arresto

Via della Catena

1 Arresto

Via dei Delfini

1 Arresto

Via del Conservatorio

1 Arresto

Via di Sant'Anna

1 Arresto

Piazza Paradiso

1 Arresto

Via Publicolis

1 Arresto

Via del Progresso

1 Arresto

Largo dei Librari

2 Arresti

Via dei Chiavari

3 Arresti

Via del Pianto

3 arresti

Via di Santa Maria in Monticelli

4 arresti

Via della Tribuna di Campitelli

Testimonianza di Milena Zarfati in Marcello Pezzetti (a cura di), 16 ottobre 1943. La razzia, Roma, Gangemi, 2017.

“E noi ci salvammo perché dove abitavo, a via degli Specchi, c’era uno scantinato, allora mio padre ci mise tutti lì dentro. Presero lui; però, mentre li mettevano in fila, lui passava sempre dietro, praticamente è stato sempre l’ultimo. Ad un momento i tedeschi si saranno voltati ed è riuscito a scappare. Mia sorella, incinta, con mia nipote sono state prese e non fecero più ritorno.”

Testimonianza di Benedetto Vivanti in Marcello Pezzetti (a cura di), 16 ottobre 1943. La razzia, Roma, Gangemi, 2017.

“Alla fontana, quella grande, che sta a piazza delle Cinque Scole, venivano i camion, si fermavano là. Sparaveno, rivolverate… noi c’havevamo paura. Io abitavo a piazza Costaguti e la gente diceva: ‘fuggite, fuggite! I tedeschi vi prendono tutti!’
Quando abbiamo saputo che i tedeschi andavano a casa a prendere le famije, io e un altro amico mio, che abitavamo insieme, fuggivamo sui tetti. Furono presi e portati via mia madre, due sorelle e un nipotino. Mio padre fuggì via. Nun se sapeva, perché dicevano di prendere solamente gli uomini, per lavoro. Ecco cos’era. Ma prendevano tutti, tutti quanti. Dopo, finito, io scesi giù.”

Diario di Fortunata di Segni

<< ll sedici ottobre 1943 i tedeschi poterono sfogarsi bene di tutto l’odio che avevano per noi.
Giorno indimenticabile che resterà vivo in noi per tutta la vita e il ricordo per generazioni e generazioni, non si potrà mai scordare il sedici ottobre ed ogni volta che si ricorderà ci guarderemo attorno come per paura che dietro di noi ci sia un tedesco.
Prima non ci avevano detto nulla perché credevamo di non aver tempo ma poi il tempo l’ebbero ed allora…
Il 15 ottobre 1943 a notte si udirono i colpi di bombe a mano, traffiche di mitalia, vampate di fuoco, tutti credevamo suonasse l’allarme, nulla, verso l’una dopo la mezzanotte tutto tornò calmo. Stanchi della brutta nottata ci addormentammo subito. Fummo svegliati bruscamente dai gran colpi che venivano dati alla porta.
Guarda l’orologio, erano le cinque.
Chi sarà mai? Cosa sarà successo, si sentirà male qualcuno?
In un lampo fummo tutti in piedi, mamma andò ad aprire. Era zia Clelia che abitava al piano di sotto era tutta sconvolta e pallida con voce tremante ci disse: Ma come? Voi state tutti a letto, fuggite! Che si stanno prendendo tutti gli ebrei. Sentii il sangue gelarsi nelle vene e un brivido passarmi per tutta la vita. Ci precipitammo alla finestra e subito una scena straziante ci colpì. Una famiglia intera in mezzo a quattro tedeschi venivano portati via. I bambini piangevano i genitori cercavano di farli fuggire i tedeschi urlavano per farli camminare e se restavano addietro erano presi a calci.
Eravamo rimasti piedrificati alla finestra, ma cercando di dominarci ci vestimmo alla meglio per far fuggire gli uomini. Mamma uscì per prima, vedendo che giù al portone non vi era nessuno fece cenno a me di far uscire tutti due per volta. Cercavamo di essere più disinvolti che potevamo ma chi li avesse guardati avrebbe letto sul loro viso il terrore.
Tutte le vie di Portico D’Ottavia erano bloccate dai tedeschi in modo che per quelli che abitavano nel centro non vi era via di scampo. I nostri uomini con l’aiuto del Signore riuscirono a fuggire.
Noi credevamo che cercavano soltanto gli uomini così tutte le donne e i bambini restarono a casa. Quando i tedeschi bussavano per le case non trovando gli uomini si portarono via tutte le donne e bambini. Erano scene strazianti a vedersi, donne che urlavano, bambini che piangevano, tedeschi che urlavano per farli camminare prendendoli a calci, la gente, i cristiani li guardavano dicendo: poveretti! Povera gente, ma dove li porteranno? Ma nessuno faceva qualcosa per farli fuggire e per prendere qualche bambino. Si portavano via paralitici, vecchi moribondi, donne che erano a letto in stato interessante o che avevano appena dato alla luce un bambino, niente, non vi era pietà per nessuno li facevano vestire li caricavano sui camion come bestie e se li portavano via.
Nella nostra famiglia erano tutti salvi, ma dei nostri parenti non ne sapevamo nulla. Noi ci eravamo salvati per miracolo, perché, dopo aver fatto fuggire gli uomini mamma era tornata a casa dietro di se si era chiusa il portone. Ci preparammo a fuggire, avevamo preso della biancheria personale se non si poteva tornare a casa, quando da giù al portone, si udirono dei gran colpi. Restammo tutti senza fiato.
Io chiusi gli occhi e dissi [ill.] ma pensavo che non ci saremmo salvati. Piano piano eravamo scesi e mamma guardò dal buco della serratura, la vedemmo tirarsi addietro pallidissima. Fuori dal portone vi erano quattro tedeschi che volevano entrare per forza.
Per fortuna gli rispose la portiera del palazzo vicino: sono andati via non c’è più nessuno. Ritornare, noi ritornare, risposero i tedeschi e se ne andarono. Appena se ne furono andati mandammo un sospiro di sollievo eravamo salvi. >>

Testimonianza di Alberto Sed da Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino (a cura di), Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Roma, Guerini e Associati, 2006.

“Abitavo in via Sant’Angelo in Pescheria n.28, alle spalle di Portico d’Ottavia. […] Il 16 ottobre stavo a casa, abbiamo sentito gridare: ‘Guarda che stanno a prende tutti gli ebrei, non solo gli uomini, pure i ragazzini, i bambini’. Davanti a casa nostra c’era un terrazzo che dava sul palazzo di fronte, da lì venivano le grida. Mamma prese del pane tostato – si tostava proprio perché così durava di più – siamo scappati da dietro e non abbiamo trovato sbarramenti dei nazisti.”

Da Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.

“Dalla via del Portico d’Ottavia giungono lamenti mischiati con grida. La signora S. si affaccia dall’angolo di via Sant’Ambrogio col Portico. Com’è vero che prendono tutti, ma proprio tutti, peggio di quanto si potesse immaginare. Nel mezzo della via passano, in fila indiana un po’ sconnessa, le famiglie rastrellate: una SS in testa e una in coda sorvegliano i piccoli manipoli, li tengono suppergiù incolonnati, li spingono avanti col calcio dei mitragliatori, quantunque nessuno opponga altra resistenza che il pianto, i gemiti, le richieste di pietà, le smarrite interrogazioni.”

Testimonianza di Giuliana Gay, da Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino (a cura di), Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Roma, Guerini e Associati, 2006.

“Il 16 ottobre eravamo a casa [a via Arenula], verso l’alba sentimmo dei passi, il rumore forte che fanno gli scarponi sulla strada, e sentimmo anche il frastuono dei camion. Ci affacciammo alla finestra che dava sul giardinetto di piazza Cairoli, e vedemmo i camion sotto casa. L’ultimo camion verso ponte Garibaldi, stava già caricando delle persone che noi conoscevamo. Lì per lì non sapevamo cosa fare, ci vestimmo. Da casa mamma telefonò a una sua cugina che abitava in Prati vicino al cinema Adriano, Costanza Fornari sposata con Alfredo Citoni che l’unica della sua famiglia a essere rimasta a Roma, per raccontarle cosa stava succedendo al ghetto, e le disse: ‘Scappa da casa!’, ma sul momento lei non le volle credere. Dopo un po’ ci ripensò: ‘Ma se hanno telefonato, qualcosa è successo’, e per fortuna scappò, perché poi i nazisti arrivarono anche lì.”

Testimonianza di Mario Limentani in Marcello Pezzetti (a cura di), 16 ottobre 1943. La razzia, Roma, Gangemi, 2017.

“Io abitavo proprio a Reginella. Alle cinque de matina abbiamo sentito un trambusto, abbiamo guardato, vedevamo tutti i tedeschi che entravano nelle case. Allora, per fortuna, dove abitavo io, nella cucina c’era un terrazzo co una specie di cunicolo che dava sotto, al magazzino. E allora noi omini ce siamo gettati giù. Credevamo che venissero per portarci a lavorà. Però, dopo pochi minuti, le donne, guardando dalle finestre, hanno visto che portavano via i bambini, i vecchi, tutti quanti. Hanno cominciato a strillare, tutto il palazzo nostro strillava. Allora io sò risalito co mio fratello da mia cognata. Ho preso tre bambini che erano suoi e le ho fatto: ‘scendiamo! Vieni con me’ Ma lei: ‘No. Vai avanti che aspetto papà e mamma!’ C’aveva il padre e la madre che erano anziani e ‘na sorella. Mentre io stavo aggrappato a la ringhiera de la finestra sentivo che buttaveno giù la porta. Le ultime sue parole: ‘Vai via! Nun ce posso fa in tempo io… Dio provvederà!’ Mentre me buttavo giù, hanno spalancato la porta, hanno preso tutti quanti e l’hanno portati via. Son rimasto quattro, cinque ore al sottosuolo e vedevamo sopra le SS che camminavano e portavano via ‘sta gente.”

Testimonianza di Settimia Spizzichino da Settimia Spizzichino, Isa Nepi Olper, Gli anni rubati. Le memorie di Settimia Spizzichino, reduce dai Lager di Auschwitz e Bergen-Belsen, Cava De’ Tirreni, Comune di Cava De’ Tirreni, 1996.

“Sentimmo passare dei camion e poi dei passi pesanti, passi militari.
Pensammo a delle esercitazioni. Non sapevamo che stavano circondando il Ghetto.
All’improvviso la piazza esplose. Sentimmo ordini in tedesco, grida, imprecazioni.
Ci affacciammo alla finestra. Vedemmo i soldati tedeschi che spingevano la gente fuori dalle case e l’avviavano in lunghe file verso il Portico d’Ottavia.
‘Prendono gli ebrei!’ – sussurrò mio padre. Scappare non si poteva, i tedeschi stavano arrivando in direzione della nostra casa. Allora papà ci fece entrare in una stanzetta e accostò la porta, ordinandoci di stare nel silenzio più assoluto; poi andò ad aprire la porta di casa lasciandola spalancata. ‘Penseranno che siamo scappati” – disse piano – tornando.
Forse ce l’avremmo fatta. Ma Giuditta perse la testa quando udì i passi dei tedeschi per le scale. Scappò via, si diresse verso i soldati. Se li trovò davanti, si voltò verso di noi. Così ce li portò lì, dove stavamo nascosti.
Ci fecero uscire dalla stanza, ci dettero un biglietto di istruzioni: avevamo venti minuti per prepararci e prendere con noi oro, gioielli e cibo per otto giorni di viaggio.”

Da Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.

“Le file vengono spinte verso la goffa palazzina delle Antichità e Belle Arti, che sorge al gomito del Portico d’Ottavia di fronte a via Catalana, tra la Chiesa di Sant’Angelo e il Teatro di Marcello. Ai piedi della palazzina si stende una breve area di scavi, ingombra di ruderi, qualche metro più bassa che la strada. Entro questa fossa venivano raccolti gli ebrei, e messi in riga ad aspettare il ritorno dei tre o quattro camion, che facevano la spola tra il Ghetto e il luogo dove era stata stabilita la prima tappa.”

Testimonianza di Gabriella Ajò, da Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino (a cura di), Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Roma, Guerini e Associati, 2006.

“Abitavo a via Portico d’Ottavia n.9 insieme alla mia famiglia e non ci siamo mossi di lì […].
Ricordo che una signora che si era affacciata dalla cucina per chiamare la figlia che abitava con la suocera al piano di sotto al suo, e strillava: ‘Rina, Rina.’ Lei era già scappata di casa, e aveva ancora in mano il biberon per dare il latte alla figlia e, sentendosi chiamare, voleva ritornare dalla madre, ma qualcuno la fermò e le disse: ‘Ma ‘ndo via?’, e così riuscì a salvarsi insieme alla bambina. E’ stata una giornata atroce.”

Testimonianza di Leone Sabatello, da Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino (a cura di), Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Roma, Guerini e Associati, 2006.

“Abitavamo a via Portico d’Ottavia 9 […]. Il 16 ottobre pioveva, stavo dormendo, verso le 5,30 o le 6, mio padre sente dei rumori, si affaccia dalla finestra e vede una squadra di soldati e alcune famiglie che uscivano con le valigie e venivano raggruppate in quella che oggi è piazza 16 Ottobre. Anche io sono stato portato lì. I nazisti sono entrati dentro casa mia, avevano un foglio con l’elenco dei nomi. Cercavano anche mio fratello, ma lui era a Ciampino. I nazisti ci dissero che dovevamo fare un lungo viaggio e quindi dovevamo portarci dei viveri. Ci siamo vestiti e siamo scesi. Ci hanno caricati sui camion e ci hanno portati al Collegio Militare, dove qualcuno ha anche provato a farci convertire.”

Da Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.

“Un giovanotto si stacca dalla fila: ha ottenuto di andare a prendere un caffè, sotto la sorveglianza di una SS, che però non accetterà di ‘tenergli compagnia’. Deglutisce rumorosamente, la tazzina gli trema nelle mani, e anche le gambe gli ballano sotto. Gira gli occhi smarriti verso i tavolini, dove si è seduto a giocare a carte nelle sere che avevano ancora un indomani. Con una specie di sorriso timido e stanco, domanda al caffettiere:
‘Che faranno di noi?’”

Da Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.

“Pare che il primo allarme l’abbia dato una donna di nome Letizia: una grossa ragazza attempata, tutta tumida di tratti e di forme, con gli occhi fissi e i labbroni di fuori, che le immobilizzano sulla faccia un sorriso inerte e senza comunicativa. Dal quale esce una voce assente, contrariata, estranea a ciò che dice. Verso le 5, costei fu udita gridare:
‘Oh Dio, i mammoni’
‘Mammoni’ in gergo giudìo-romanesco significa gli sbirri, le guardie, la forza pubblica. Erano infatti i tedeschi che, col loro passo pesante e cadenzato (conosciamo persone per cui questo passo è rimasto il simbolo, lo spaventoso equivalente auditivo del terrore tedesco), cominciavano a bloccare le strade e case del Ghetto.”

26 Settembre 1943

Villa Wolkonsky (Ambasciata tedesca fino all'occupazione tedesca), via Ludovico di Savoia 11

Ugo Foà e Dante Almansi sono convocati da Herbert Kappler a Villa Wolkonsky per la richiesta dei cinquanta chili d'oro

Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma tra il 1941 e il 1944, e Dante Almansi, Presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944, vengono convocati da Herbert Kappler, Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma, a Villa Wolkonsky, sede dell’ambasciata tedesca fino all’occupazione. Kappler chiede la consegna di 50 chili d’oro alla Comunità, pena la deportazione di 200 dei suoi membri.

APPROFONDIMENTI

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Ugo Foà

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Dante Almansi

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Herbert Kappler

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villa Wolkonsky

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Verbale dell'interrogatorio

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Almansi in Rigano, p.27

Settimia Spizzichino

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Settimia Spizzichino

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

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Ritratto di Ugo Foà (1887-1953), presidente della Comunità Israelitica di Roma nei primi anni '40 e per tutto il periodo dell'occupazione nazista, in veste di procuratore generale della Corte d'appello di Roma (1934 - 1938).

Federico Spoltore, olio su tela. Museo Ebraico di Roma

Ritratto di Ugo Foà (1887-1953), presidente della Comunità Israelitica di Roma nei primi anni '40 e per tutto il periodo dell'occupazione nazista, in veste di procuratore generale della Corte d'appello di Roma (1934 - 1938).

Federico Spoltore, olio su tela. Museo Ebraico di Roma

Dante Almansi (1877-1949), giurista, prefetto, consigliere della Corte dei Conti dal 1930 fino alla promulgazione delle leggi antiebraiche. Presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944.

Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1988

Dante Almansi (1877-1949), giurista, prefetto, consigliere della Corte dei Conti dal 1930 fino alla promulgazione delle leggi antiebraiche. Presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944.

Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1988

Herbert Kappler (1907-1978), Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma.

Bundesarchiv, Berlin

Herbert Kappler (1907-1978), Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma.

Bundesarchiv, Berlin

Villa Wolkonsky durante l'occupazione nazista.

The National Archives, Kew, London

Villa Wolkonsky durante l'occupazione nazista.

The National Archives, Kew, London

Verbale dell'interrogatorio di Kappler, avvenuto il 22 agosto 1947, sulla convocazione dei due presidenti Foà e Almansi per la richiesta dei 50 chili d'oro.

Tribunale Militare di Roma

Verbale dell'interrogatorio di Kappler, avvenuto il 22 agosto 1947, sulla convocazione dei due presidenti Foà e Almansi per la richiesta dei 50 chili d'oro.

Tribunale Militare di Roma

Dante Almansi sul suo colloquio con Herbert Kappler, in Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino, Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Milano, Guerini e associati, 2006.

“Voi e i vostri correligionari avete la cittadinanza italiana, ma di ciò a me importa poco. Noi tedeschi vi consideriamo unicamente ebrei e come tali nostri nemici. Anzi, per essere più chiari, noi vi consideriamo come un gruppo distaccato, ma non isolato dei peggiori fra i nemici contro i quali stiamo combattendo. E come tali dobbiamo trattarvi. Però non sono le vostre vite né i vostri figli che vi prenderemo se adempirete alle nostre richieste. È il vostro oro che vogliamo per dare nuove armi al nostro paese. Entro 36 ore dovete versarmene 50 Kg. Se lo verserete non vi sarà fatto del male. In caso diverso, 200 fra voi verranno presi e deportati in Germania alla frontiera russa o altrimenti resi innocui.”

Da G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.

“Effettivamente, la sera del 26 settembre 1943, il presidente della Comunità Israelitica di Roma e quello dell’Unione delle Comunità Italiane – tramite il dott. Cappa, funzionario della Questura – erano stati convocati per le ore 18 all’Ambasciata Germanica. Li ricevette, paurosamente cortese e «distinto», il Maggiore delle SS Herbert Kappler, che li fece accomodare e per qualche momento parlò del più e del meno in tono di ordinaria conversazione. Poi entrò nel merito: gli ebrei di Roma erano doppiamente colpevoli, come italiani […] per il tradimento contro la Germania, e come ebrei perché appartenenti alla razza degli eterni nemici della Germania. Perciò il governo del Reich imponeva loro una taglia di 50 chilogrammi d’oro, da versarsi entro le ore 11 del successivo martedì 28. In caso di inadempienza, razzia e deportazione in Germania di 200 ebrei. Praticamente: poco più di un giorno e mezzo per trovare 50 chili d’oro.”