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Settimia Spizzichino

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Luciano Camerino

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Cesare Efrati

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Leone Sabatello

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Michele Amati

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Cesare Di Segni

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Sabatino Finzi

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Angelo Sermoneta

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Lazzaro Anticoli

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Lello Di Segni

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Fernando Nemes

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Isacco Sermoneta

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Enzo Camerino

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Angelo Efrati

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Mario Piperno

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Arminio Wachsberger

Settimia Spizzichino

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

SETTIMIA SPIZZICHINO

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei però viene deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavile.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica. Sopravvive per miracolo. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre di quell’anno rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah. Inizia subito dopo la guerra e continuerà per tutta la vita.
Nel 1996 pubblica il suo libro, Gli anni rubati.
È morta a Roma il 3 luglio 2000, all’età di 79 anni.

 

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei però viene deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavile.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica. Sopravvive per miracolo. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre di quell’anno rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah. Inizia subito dopo la guerra e continuerà per tutta la vita.
Nel 1996 pubblica il suo libro, Gli anni rubati.
È morta a Roma il 3 luglio 2000, all’età di 79 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

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Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Famiglia Camerino

LUCIANO CAMERINO

Figlio di Italo e Giulia Di Cori, nasce a Roma il 23 luglio 1926. Ha un fratello, Enzo, e una sorella, Wanda. Il padre è titolare di un’azienda che, a Monza, produce prefabbricati in legno per l’Abissinia. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, le condizioni economiche della famiglia peggiorano sensibilmente. Nel 1943 Luciano vive in viale delle Milizie 11, nel quartiere Prati. Qui viene arrestato il 16 ottobre, con tutta la famiglia: i genitori di 50 e 49 anni, i fratelli di 15 e 25 anni, e uno zio materno, Settimio Renato Di Cori, che all’epoca ha 44 anni (1899-1943).
Quando i nazisti fanno irruzione in casa, i Camerino credono si tratti di una conseguenza dell’aiuto che la famiglia ha prestato ad alcuni soldati e carabinieri italiani che dopo l’armistizio avevano cercato di sottrarsi ai rastrellamenti. Sul camion che li porta al Collegio Militare, la presenza di correligionari, vicini di casa, li convince che si tratta invece di una retata di ebrei.
Tranne lo zio, ucciso subito, ad Auschwitz-Birkenau tutta la famiglia è inserita nel campo per il lavoro schiavile. Della madre e della sorella, tuttavia, si perdono presto le tracce. . Luciano, a cui è assegnato il numero di matricola 158510, viene inviato con Enzo e il padre nel sottocampo di Jawischowitz a lavorare nelle miniere di carbone. Nel giro di poco tempo, però, il padre Italo muore.
Nel gennaio 1945 Luciano viene inserito nelle colonne in marcia verso Buchenwald, dove arriva il 22 gennaio ed è liberato in primavera.
Tornato a Roma, come il fratello Enzo, nel 1949 Luciano sposa Graziella Terracina. Avranno tre figlie: Giulia, Fiorella e Marina. Nel 1966, Luciano decide di raggiungere Firenze nei giorni della tragica alluvione per aiutare la Comunità ebraica locale a mettere in salvo i rotoli della Torah. Qui muore a causa di un malore, all’età di 40 anni.

Figlio di Italo e Giulia Di Cori, nasce a Roma il 23 luglio 1926. Ha un fratello, Enzo, e una sorella, Wanda. Il padre è titolare di un’azienda che, a Monza, produce prefabbricati in legno per l’Abissinia. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, le condizioni economiche della famiglia peggiorano sensibilmente. Nel 1943 Luciano vive in viale delle Milizie 11, nel quartiere Prati. Qui viene arrestato il 16 ottobre, con tutta la famiglia: i genitori di 50 e 49 anni, i fratelli di 15 e 25 anni, e uno zio materno, Settimio Renato Di Cori, che all’epoca ha 44 anni (1899-1943).
Quando i nazisti fanno irruzione in casa, i Camerino credono si tratti di una conseguenza dell’aiuto che la famiglia ha prestato ad alcuni soldati e carabinieri italiani che dopo l’armistizio avevano cercato di sottrarsi ai rastrellamenti. Sul camion che li porta al Collegio Militare, la presenza di correligionari, vicini di casa, li convince che si tratta invece di una retata di ebrei.
Tranne lo zio, ucciso subito, ad Auschwitz-Birkenau tutta la famiglia è inserita nel campo per il lavoro schiavile. Della madre e della sorella, tuttavia, si perdono presto le tracce. . Luciano, a cui è assegnato il numero di matricola 158510, viene inviato con Enzo e il padre nel sottocampo di Jawischowitz a lavorare nelle miniere di carbone. Nel giro di poco tempo, però, il padre Italo muore.
Nel gennaio 1945 Luciano viene inserito nelle colonne in marcia verso Buchenwald, dove arriva il 22 gennaio ed è liberato in primavera.
Tornato a Roma, come il fratello Enzo, nel 1949 Luciano sposa Graziella Terracina. Avranno tre figlie: Giulia, Fiorella e Marina. Nel 1966, Luciano decide di raggiungere Firenze nei giorni della tragica alluvione per aiutare la Comunità ebraica locale a mettere in salvo i rotoli della Torah. Qui muore a causa di un malore, all’età di 40 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Efrati Cesare

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Emilia Efrati

CESARE EFRATI

Detto “Palletta”, figlio di Abramo Umberto e Maria Di Segni , nasce a Roma il 2 maggio 1927 ed è il settimo di tredici fratelli.
Il 16 ottobre viene catturato nella sua casa in via del Portonaccio 112 (zona Casal Bertone) con il padre di 43 anni, la madre di 46 e sette fratelli: Enrica di 20 anni, Angelo di 19, Fortunata di 15, Grazia di 13, Rina di 9, Dora di 5 e il piccolo Marco di 2.
All’arrivo ad Auschwitz, solo Cesare (numero di matricola 158551), suo padre Abramo Umberto e suo fratello Angelo sono selezionati per i lavori forzati; il resto della famiglia viene ucciso subito dopo la selezione, nelle camere a gas.
Il padre muore nelle settimane successive; i due fratelli, dopo un periodo di quarantena a Birkenau, vengono trasferiti nel sottocampo di Jawischowitz e mandati a lavorare nelle miniere di carbone. Con la “marcia della morte”, nel gennaio del 1945, Cesare viene inviato a Buchenwald dove è liberato nel mese di aprile.
Tornato a Roma e ritrovato il fratello Angelo, scopre che un altro dei suoi fratelli, Lazzaro, detto “Burrasca”, 23 anni nel 1943, era stato catturato nella capitale. Inviato a Fossoli, nel maggio del 1944 giunse ad Auschwitz-Birkenau per poi morire Ebensee, sottocampo di Mauthausen, il 26 aprile 1945. Sono, però, vivi altri quattro fratelli – Rosa, Samuele, Anselmo ed Emilia – che erano rimasti nascosti durante il lungo periodo dell’ occupazione tedesca della capitale.
Commerciante di stoffe, nel dopoguerra sposa Giovanna Lucci con la quale ha sei figli: Umberto, Dora, Lazzaro, Rosa, Enrica e Anselmo.
Muore a Roma il 20 maggio 2008, all’età di 81 anni.

Detto “Palletta”, figlio di Abramo Umberto e Maria Di Segni , nasce a Roma il 2 maggio 1927 ed è il settimo di tredici fratelli.
Il 16 ottobre viene catturato nella sua casa in via del Portonaccio 112 (zona Casal Bertone) con il padre di 43 anni, la madre di 46 e sette fratelli: Enrica di 20 anni, Angelo di 19, Fortunata di 15, Grazia di 13, Rina di 9, Dora di 5 e il piccolo Marco di 2.
All’arrivo ad Auschwitz, solo Cesare (numero di matricola 158551), suo padre Abramo Umberto e suo fratello Angelo sono selezionati per i lavori forzati; il resto della famiglia viene ucciso subito dopo la selezione, nelle camere a gas.
Il padre muore nelle settimane successive; i due fratelli, dopo un periodo di quarantena a Birkenau, vengono trasferiti nel sottocampo di Jawischowitz e mandati a lavorare nelle miniere di carbone. Con la “marcia della morte”, nel gennaio del 1945, Cesare viene inviato a Buchenwald dove è liberato nel mese di aprile.
Tornato a Roma e ritrovato il fratello Angelo, scopre che un altro dei suoi fratelli, Lazzaro, detto “Burrasca”, 23 anni nel 1943, era stato catturato nella capitale. Inviato a Fossoli, nel maggio del 1944 giunse ad Auschwitz-Birkenau per poi morire Ebensee, sottocampo di Mauthausen, il 26 aprile 1945. Sono, però, vivi altri quattro fratelli – Rosa, Samuele, Anselmo ed Emilia – che erano rimasti nascosti durante il lungo periodo dell’ occupazione tedesca della capitale.
Commerciante di stoffe, nel dopoguerra sposa Giovanna Lucci con la quale ha sei figli: Umberto, Dora, Lazzaro, Rosa, Enrica e Anselmo.
Muore a Roma il 20 maggio 2008, all’età di 81 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Sabatello Leone

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Leone Sabatello

LEONE SABATELLO

Detto “Leoncino”, figlio di Alberto Abramo e di Celeste Tagliacozzo, nasce a Roma il 18 marzo 1927. La sua è una famiglia numerosa: è, infatti, l’ultimo di sette fratelli.
Il 16 ottobre Leone si trova in casa, in via del Portico d’Ottavia 9, con i genitori (entrambi di 51 anni), uno zio paralitico, Giovanni Sabatello, di 55 anni, le cinque sorelle, Graziella (27 anni), Italia (25), Emma (24), Enrica (22) e Letizia (20). È presente anche la cognata Enrica Tagliacozzo (31 anni) con le due nipotine, Alba Celeste (3 anni) e la neonata Liana Ornella. Unico assente, il fratello Rubino, ospite di amici cattolici a Ciampino, che lo nascondono. Al momento dell’arresto, la cognata Enrica potrebbe fuggire perché in terrazzo a lavare i panni, ma si consegna all’istante per non abbandonare le sue bambine.
Nel viaggio verso Auschwitz, durante la sosta a Padova, a Leone è concesso di scendere per procurarsi dell’acqua. Al suo ritorno trova il vagone già chiuso, ma lui, con urla disperate, riesce a farlo riaprire e a riunirsi alla sua famiglia.
All’arrivo ad Auschwitz, è il solo a essere selezionato per il lavoro; tutti gli altri vengono immediatamente uccisi nelle camera a gas. Con il numero di matricola 158621, è assegnato al sottocampo di Jawischowitz, per lavorare nelle miniere di Brzeszcze fino all’evacuazione del complesso. Finisce nel KL Buchenwald e viene liberato nei pressi di Berlino nell’aprile del 1945.
Dopo la guerra, tornato a Roma, ricomincia a lavorare occupandosi del trasporto di materiali. Nel 1948 sposa Rina Calò, con la quale avrà cinque figli: Alba Celeste, Alberto, Giudit, Graziella e Marina.
Non si è mai rassegnato all’idea che nessuna delle sue cinque sorelle sia sopravvissuta.
È morto a Roma il 5 ottobre 2008, all’età di 81 anni.

Detto “Leoncino”, figlio di Alberto Abramo e di Celeste Tagliacozzo, nasce a Roma il 18 marzo 1927. La sua è una famiglia numerosa: è, infatti, l’ultimo di sette fratelli.
Il 16 ottobre Leone si trova in casa, in via del Portico d’Ottavia 9, con i genitori (entrambi di 51 anni), uno zio paralitico, Giovanni Sabatello, di 55 anni, le cinque sorelle, Graziella (27 anni), Italia (25), Emma (24), Enrica (22) e Letizia (20). È presente anche la cognata Enrica Tagliacozzo (31 anni) con le due nipotine, Alba Celeste (3 anni) e la neonata Liana Ornella. Unico assente, il fratello Rubino, ospite di amici cattolici a Ciampino, che lo nascondono. Al momento dell’arresto, la cognata Enrica potrebbe fuggire perché in terrazzo a lavare i panni, ma si consegna all’istante per non abbandonare le sue bambine.
Nel viaggio verso Auschwitz, durante la sosta a Padova, a Leone è concesso di scendere per procurarsi dell’acqua. Al suo ritorno trova il vagone già chiuso, ma lui, con urla disperate, riesce a farlo riaprire e a riunirsi alla sua famiglia.
All’arrivo ad Auschwitz, è il solo a essere selezionato per il lavoro; tutti gli altri vengono immediatamente uccisi nelle camera a gas. Con il numero di matricola 158621, è assegnato al sottocampo di Jawischowitz, per lavorare nelle miniere di Brzeszcze fino all’evacuazione del complesso. Finisce nel KL Buchenwald e viene liberato nei pressi di Berlino nell’aprile del 1945.
Dopo la guerra, tornato a Roma, ricomincia a lavorare occupandosi del trasporto di materiali. Nel 1948 sposa Rina Calò, con la quale avrà cinque figli: Alba Celeste, Alberto, Giudit, Graziella e Marina.
Non si è mai rassegnato all’idea che nessuna delle sue cinque sorelle sia sopravvissuta.
È morto a Roma il 5 ottobre 2008, all’età di 81 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Amati Michele

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Michele Amati

MICHELE AMATI

Figlio del commerciante Adolfo Amati e di Celeste Piperno, nasce a Roma il 20 ottobre 1926. Ha quattro fratelli: Alberto, Rosa, Giovanni e Giuditta. Abitano tutti in via dei Genovesi, nel rione di Trastevere.
Il 16 ottobre Michele, la sorella Rosa di 21 anni e il fratello Alberto di 13 vengono arrestati a casa dello zio materno Peppe Piperno, in via del Tempio 4.
All’arrivo ad Auschwitz-Birkenau, i fratelli vengono uccisi immediatamente nelle camere a gas. Michele e lo zio, che ha 45 anni, vengono invece sottoposti al lavoro schiavile. Ricevono i numeri di matricola 158498 e 158592 e sono trasferiti nel sottocampo di Jawischowitz. Lavorano nelle miniere di carbone di Brzeszcze. Ammalatosi di polmonite, Michele viene inviato nell’ospedale di Auschwitz I, accompagnato dallo zio. In questo campo rimangono fino al gennaio del 1945, quando sono costretti ad affrontare la marcia di trasferimento verso il lager di Buchenwald. Nel mese di aprile, durante gli ultimi giorni di vita del campo, Michele riesce a fuggire unendosi a un gruppo di comunisti tedeschi e, combattendo, raggiunge le linee americane. Lo zio Peppe, invece, si ammala e muore subito dopo la liberazione.
Dopo la guerra, Michele sposa Ester Del Monte. Hanno tre figli: Adolfo, Roberto e Cesare. Negli anni successivi alla guerra svolge il lavoro di venditore ambulante.
È morto a Roma il 26 giugno 1984, all’età di 58 anni.

Figlio del commerciante Adolfo Amati e di Celeste Piperno, nasce a Roma il 20 ottobre 1926. Ha quattro fratelli: Alberto, Rosa, Giovanni e Giuditta. Abitano tutti in via dei Genovesi, nel rione di Trastevere.
Il 16 ottobre Michele, la sorella Rosa di 21 anni e il fratello Alberto di 13 vengono arrestati a casa dello zio materno Peppe Piperno, in via del Tempio 4.
All’arrivo ad Auschwitz-Birkenau, i fratelli vengono uccisi immediatamente nelle camere a gas. Michele e lo zio, che ha 45 anni, vengono invece sottoposti al lavoro schiavile. Ricevono i numeri di matricola 158498 e 158592 e sono trasferiti nel sottocampo di Jawischowitz. Lavorano nelle miniere di carbone di Brzeszcze. Ammalatosi di polmonite, Michele viene inviato nell’ospedale di Auschwitz I, accompagnato dallo zio. In questo campo rimangono fino al gennaio del 1945, quando sono costretti ad affrontare la marcia di trasferimento verso il lager di Buchenwald. Nel mese di aprile, durante gli ultimi giorni di vita del campo, Michele riesce a fuggire unendosi a un gruppo di comunisti tedeschi e, combattendo, raggiunge le linee americane. Lo zio Peppe, invece, si ammala e muore subito dopo la liberazione.
Dopo la guerra, Michele sposa Ester Del Monte. Hanno tre figli: Adolfo, Roberto e Cesare. Negli anni successivi alla guerra svolge il lavoro di venditore ambulante.
È morto a Roma il 26 giugno 1984, all’età di 58 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Di Segni Cesare

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Lello Di Segni

CESARE DI SEGNI

Figlio di Samuele ed Enrica Di Veroli, nasce a Roma il 5 ottobre 1899. Venditore ambulante, sposa Enrica Zarfati con la quale ha quattro figli: Lello, Angelo, Mario e Graziella.
A causa della legislazione antiebraica, Cesare perde la licenza di ambulante e da quel momento le condizioni economiche della famiglia peggiorano notevolmente.
Il 16 ottobre , la famiglia Di Segni viene catturata nella casa di via del Portico d’Ottavia 9. Con loro c’è anche la suocera, Celestina Di Veroli, di 71 anni. La moglie Enrica ha 41 anni, i figli 17, 13, 8 e 5.
All’arrivo ad Auschwitz, solo Cesare e il figlio più grande, Lello, sono inseriti nel campo per i lavori forzati. Vengono tatuati loro i numeri di matricola 158525 e 158526. Tutti gli altri sono uccisi immediatamente nelle camere a gas. Lello viene subito trasferito in un altro campo, mentre Cesare rimane a Birkenau fino all’arrivo dei sovietici, il 27 gennaio 1945.
Padre e figlio si ricongiungono molti mesi dopo, a Roma, e cominciano a lavorare insieme come ambulanti. La vita di Cesare rimane però condizionata da una grave malattia.
È morto a Roma il 23 dicembre 1978, all’età di 79 anni.

Figlio di Samuele ed Enrica Di Veroli, nasce a Roma il 5 ottobre 1899. Venditore ambulante, sposa Enrica Zarfati con la quale ha quattro figli: Lello, Angelo, Mario e Graziella.
A causa della legislazione antiebraica, Cesare perde la licenza di ambulante e da quel momento le condizioni economiche della famiglia peggiorano notevolmente.
Il 16 ottobre , la famiglia Di Segni viene catturata nella casa di via del Portico d’Ottavia 9. Con loro c’è anche la suocera, Celestina Di Veroli, di 71 anni. La moglie Enrica ha 41 anni, i figli 17, 13, 8 e 5.
All’arrivo ad Auschwitz, solo Cesare e il figlio più grande, Lello, sono inseriti nel campo per i lavori forzati. Vengono tatuati loro i numeri di matricola 158525 e 158526. Tutti gli altri sono uccisi immediatamente nelle camere a gas. Lello viene subito trasferito in un altro campo, mentre Cesare rimane a Birkenau fino all’arrivo dei sovietici, il 27 gennaio 1945.
Padre e figlio si ricongiungono molti mesi dopo, a Roma, e cominciano a lavorare insieme come ambulanti. La vita di Cesare rimane però condizionata da una grave malattia.
È morto a Roma il 23 dicembre 1978, all’età di 79 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Finzi Sabatino

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Sabatino Finzi

SABATINO FINZI

Nasce a Roma l’8 gennaio 1927 da Giuseppe Finzi, ebreo livornese rappresentante di tessuti, e Zaira Zarfati , romana. Di famiglia benestante, abita con i genitori e la sorella minore Amelia nel cuore del quartiere ebraico, in via del Tempio 4.
Il 16 ottobre lo arrestano con tutta la famiglia, compresi i nonni materni Angelo Zarfati, di 67 anni ed Ester Di Porto, di 65, e uno zio materno, Leone Zarfati, quarantenne..
All’arrivo ad Auschwitz-Birkenau i nonni, la mamma Zaira (40 anni) e la sorella Amelia (12 anni) vengono immediatamente inviati verso le strutture di messa a morte. Sabatino e il padre Giuseppe sono inseriti nel campo con i numeri di matricola 158556 e 158557. Dopo un periodo di quarantena, Sabatino viene assegnato al sottocampo di Jawischowitz, dove lavora nelle miniere di carbone. Il 17 gennaio 1945 è incluso nelle squadre di prigionieri che devono affrontare un drammatico trasferimento verso l’interno del Reich. Arriva a Buchenwald il 22 gennaio e rimane nel suo peggior settore, il Kleines Lager (“piccolo campo”, dal tasso di mortalità elevatissimo, adibito ad alloggiare migliaia di prigionieri ebrei provenienti dall’evacuazione del complesso di Auschwitz) fino alla liberazione, l’11 aprile 1945. Il padre Giuseppe, che affronta la stessa marcia, muore in un sottocampo di Buchenwald, Ohrdruf, poco prima della liberazione.
Ritornato a Roma, Sabatino sposa Ester Pavoncello, da lui chiamata affettuosamente “Pupa”, con la quale ha due figli, Giuseppe e Giorgio, che lo affiancano quando apre un’officina per la lavorazione di metalli alla Magliana. Diventa nonno di quattro nipoti, due dei quali portano il suo nome. Uno, fatalmente, nasce il 16 ottobre.
Sabatino è morto a Roma il 24 maggio 2012, all’età di 85 anni.

Nasce a Roma l’8 gennaio 1927 da Giuseppe Finzi, ebreo livornese rappresentante di tessuti, e Zaira Zarfati , romana. Di famiglia benestante, abita con i genitori e la sorella minore Amelia nel cuore del quartiere ebraico, in via del Tempio 4.
Il 16 ottobre lo arrestano con tutta la famiglia, compresi i nonni materni Angelo Zarfati, di 67 anni ed Ester Di Porto, di 65, e uno zio materno, Leone Zarfati, quarantenne..
All’arrivo ad Auschwitz-Birkenau i nonni, la mamma Zaira (40 anni) e la sorella Amelia (12 anni) vengono immediatamente inviati verso le strutture di messa a morte. Sabatino e il padre Giuseppe sono inseriti nel campo con i numeri di matricola 158556 e 158557. Dopo un periodo di quarantena, Sabatino viene assegnato al sottocampo di Jawischowitz, dove lavora nelle miniere di carbone. Il 17 gennaio 1945 è incluso nelle squadre di prigionieri che devono affrontare un drammatico trasferimento verso l’interno del Reich. Arriva a Buchenwald il 22 gennaio e rimane nel suo peggior settore, il Kleines Lager (“piccolo campo”, dal tasso di mortalità elevatissimo, adibito ad alloggiare migliaia di prigionieri ebrei provenienti dall’evacuazione del complesso di Auschwitz) fino alla liberazione, l’11 aprile 1945. Il padre Giuseppe, che affronta la stessa marcia, muore in un sottocampo di Buchenwald, Ohrdruf, poco prima della liberazione.
Ritornato a Roma, Sabatino sposa Ester Pavoncello, da lui chiamata affettuosamente “Pupa”, con la quale ha due figli, Giuseppe e Giorgio, che lo affiancano quando apre un’officina per la lavorazione di metalli alla Magliana. Diventa nonno di quattro nipoti, due dei quali portano il suo nome. Uno, fatalmente, nasce il 16 ottobre.
Sabatino è morto a Roma il 24 maggio 2012, all’età di 85 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Angelo Sermoneta

Internarional Tracing Service, Bad Arolsen

Settimia Spizzichino

Nasce a Roma il 10 giugno 1916. La madre, Giuditta Piperno, muore prima della guerra, nel 1934; il padre, Eugenio, commesso, si risposa nel 1937 con Angelina Piperno.
Commerciante di professione, il 16 ottobre Angelo viene catturato in via Conte Verde 16 insieme al padre (58 anni), alla sua seconda moglie (50 anni), alla sorella Celeste (32), già vedova, e alle sue due figlie Gemma (10 anni) e Giuditta (7) Anticoli.
All’arrivo ad Auschwitz, sono mandati tutti a morire nelle camere a gas tranne solo Angelo, che viene immesso nel campo con il numero di matricola 158624. È successivamente assegnato al sottocampo di Jawischowitz per lavorare con altri ebrei romani nelle miniere di carbone di Brzeszcze. Alla fine di marzo 1944, è trasferito a Monowitz, dove è assegnato a lavori di costruzione presso la fabbrica Buna della IG Farben, il più grande complesso chimico tedesco.
All’inizio del 1945 Angelo viene inserito nelle colonne di prigionieri in marcia per Buchenwald, dove arriva il 26 gennaio e si dichiara meccanico. Un mese dopo è trasferito nel sottocampo di Holzen, nei pressi di Hannover, poi ancora a Buchenwald e infine nel KL di Dachau, dove è liberato nell’aprile 1945.
Nel 1946 sposa Renata Sabatucci.

Nasce a Roma il 10 giugno 1916. La madre, Giuditta Piperno, muore prima della guerra, nel 1934; il padre, Eugenio, commesso, si risposa nel 1937 con Angelina Piperno.
Commerciante di professione, il 16 ottobre Angelo viene catturato in via Conte Verde 16 insieme al padre (58 anni), alla sua seconda moglie (50 anni), alla sorella Celeste (32), già vedova, e alle sue due figlie Gemma (10 anni) e Giuditta (7) Anticoli.
All’arrivo ad Auschwitz, sono mandati tutti a morire nelle camere a gas tranne solo Angelo, che viene immesso nel campo con il numero di matricola 158624. È successivamente assegnato al sottocampo di Jawischowitz per lavorare con altri ebrei romani nelle miniere di carbone di Brzeszcze. Alla fine di marzo 1944, è trasferito a Monowitz, dove è assegnato a lavori di costruzione presso la fabbrica Buna della IG Farben, il più grande complesso chimico tedesco.
All’inizio del 1945 Angelo viene inserito nelle colonne di prigionieri in marcia per Buchenwald, dove arriva il 26 gennaio e si dichiara meccanico. Un mese dopo è trasferito nel sottocampo di Holzen, nei pressi di Hannover, poi ancora a Buchenwald e infine nel KL di Dachau, dove è liberato nell’aprile 1945.
Nel 1946 sposa Renata Sabatucci.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Lazzaro Anticoli

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Anticoli

LAZZARO ANTICOLI

Figlio del carrettiere Marco Mosè e di Giuditta Di Veroli, nasce a Roma il 3 gennaio 1910. Nel febbraio 1941 sposa Emma Di Castro e due mesi più tardi ha la sua prima figlia, Grazia, alla quale seguono, nel giugno del 1943, due gemelli, Rosella e Mario.
Il 16 ottobre viene arrestato nella sua casa di via del Tempio 4 con la moglie, i suoi tre bambini, i genitori e tre delle sue sorelle: Emma di 27 anni, incinta del quarto figlio, Rosa di 25 e Celeste di 18.
All’arrivo ad Auschwitz i genitori (65 e 59 anni), la moglie Emma di 26 anni e i tre figlioletti vengono subito mandati alle camere a gas. Lazzaro è invece immatricolato col numero 158501. Dopo la quarantena è assegnato al sottocampo di Jawischowitz per lavorare nelle miniere di carbone. Nel gennaio del 1945 affronta la durissima marcia per il Lager di Buchenwald, dove si dichiara meccanico e fabbro. Viene liberato a Stolberg, in Renania, nel maggio 1945. È l’unico di tutta la sua famiglia a fare ritorno.
Il reinserimento di Lazzaro nella quotidianità è molto difficile. È affetto da un’invalidità permanente causata da un congelamento subìto in prigionia. Nel 1950, però, sposa Elisa Di Cori e con lei ha tre figli: Cesare, Roberto e Grazia.
È morto a Roma il 18 gennaio 2000, all’età di 90 anni.

Figlio del carrettiere Marco Mosè e di Giuditta Di Veroli, nasce a Roma il 3 gennaio 1910. Nel febbraio 1941 sposa Emma Di Castro e due mesi più tardi ha la sua prima figlia, Grazia, alla quale seguono, nel giugno del 1943, due gemelli, Rosella e Mario.
Il 16 ottobre viene arrestato nella sua casa di via del Tempio 4 con la moglie, i suoi tre bambini, i genitori e tre delle sue sorelle: Emma di 27 anni, incinta del quarto figlio, Rosa di 25 e Celeste di 18.
All’arrivo ad Auschwitz i genitori (65 e 59 anni), la moglie Emma di 26 anni e i tre figlioletti vengono subito mandati alle camere a gas. Lazzaro è invece immatricolato col numero 158501. Dopo la quarantena è assegnato al sottocampo di Jawischowitz per lavorare nelle miniere di carbone. Nel gennaio del 1945 affronta la durissima marcia per il Lager di Buchenwald, dove si dichiara meccanico e fabbro. Viene liberato a Stolberg, in Renania, nel maggio 1945. È l’unico di tutta la sua famiglia a fare ritorno.
Il reinserimento di Lazzaro nella quotidianità è molto difficile. È affetto da un’invalidità permanente causata da un congelamento subìto in prigionia. Nel 1950, però, sposa Elisa Di Cori e con lei ha tre figli: Cesare, Roberto e Grazia.
È morto a Roma il 18 gennaio 2000, all’età di 90 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Di Segni Lello

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Lello Di Segni

LELLO DI SEGNI

Nato a Roma il 4 novembre 1926, è il figlio maggiore di Cesare, venditore ambulante, ed Enrica Zarfati. Le leggi antiebraiche del 1938 comportano la perdita della licenza del padre e a quel punto anche Lello, sebbene giovanissimo, è costretto a iniziare a lavorare.
Il 16 ottobre Lello viene catturato con tutto la famiglia: la madre di 41 anni, il padre di 44, la nonna materna, Celestina Di Veroli, di 71, e i tre fratelli minori, Angelo di 13 anni, Mario di 8 e Graziella di 5.
A Birkenau, solo Lello e il padre superano la selezione. Il giovane è immesso nel campo per il lavoro schiavile e immatricolato con il numero 158526. Quasi subito padre e figlio vengono separati: Lello infatti viene trasferito nel Lager istituito a Varsavia sulle rovine del ghetto. Qui è costretto, per mesi, a un lavoro durissimo di scavi tra le macerie. Nell’estate del 1944 è trasferito ad Allach, un sottocampo di Dachau, dove viene assegnato a una fabbrica di motori. È liberato dagli americani a Dachau nell’aprile del 1945.
Il 10 giugno di quell’anno Lello fa ritorno a Roma, dove contro ogni previsione ritrova il padre Cesare: il loro è uno dei rarissimi casi di sopravvivenza di padre e figlio dalla deportazione ad Auschwitz. Nel dopoguerra, Lello lavora come venditore ambulante, si sposa con Silvia Tagliacozzo e ha un figlio, Roberto. Successivamente, apre un negozio di abbigliamento intimo, che gestisce fino al pensionamento. All’inizio degli anni Novanta decide di raccontare al mondo la tragedia della razzia e della deportazione.
Nel 2008 pubblica la sua testimonianza con il titolo Buono sogno sia lo mio, a cura di Edoardo Gaj.

È morto a Roma il 26 ottobre 2018, all’età di 92 anni.

 

Nato a Roma il 4 novembre 1926, è il figlio maggiore di Cesare, venditore ambulante, ed Enrica Zarfati. Le leggi antiebraiche del 1938 comportano la perdita della licenza del padre e a quel punto anche Lello, sebbene giovanissimo, è costretto a iniziare a lavorare.
Il 16 ottobre Lello viene catturato con tutto la famiglia: la madre di 41 anni, il padre di 44, la nonna materna, Celestina Di Veroli, di 71, e i tre fratelli minori, Angelo di 13 anni, Mario di 8 e Graziella di 5.
A Birkenau, solo Lello e il padre superano la selezione. Il giovane è immesso nel campo per il lavoro schiavile e immatricolato con il numero 158526. Quasi subito padre e figlio vengono separati: Lello infatti viene trasferito nel Lager istituito a Varsavia sulle rovine del ghetto. Qui è costretto, per mesi, a un lavoro durissimo di scavi tra le macerie. Nell’estate del 1944 è trasferito ad Allach, un sottocampo di Dachau, dove viene assegnato a una fabbrica di motori. È liberato dagli americani a Dachau nell’aprile del 1945.
Il 10 giugno di quell’anno Lello fa ritorno a Roma, dove contro ogni previsione ritrova il padre Cesare: il loro è uno dei rarissimi casi di sopravvivenza di padre e figlio dalla deportazione ad Auschwitz. Nel dopoguerra, Lello lavora come venditore ambulante, si sposa con Silvia Tagliacozzo e ha un figlio, Roberto. Successivamente, apre un negozio di abbigliamento intimo, che gestisce fino al pensionamento. All’inizio degli anni Novanta decide di raccontare al mondo la tragedia della razzia e della deportazione.
Nel 2008 pubblica la sua testimonianza con il titolo Buono sogno sia lo mio, a cura di Edoardo Gaj.
È morto a Roma il 26 ottobre 2018, all’età di 92 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Fondo Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Milano

FERDINANDO NEMES

Figlio di Enrico e Giovanna Friedrich, nasce a Fiume l’8 giugno 1921. Ultimo di quattro figli, perde i genitori da giovane.
Da poco a Roma, il 16 ottobre viene catturato dai nazisti in via Arenula 53 e deportato ad Auschwitz, dove è immatricolato col numero 158638. Con un folto gruppo di ebrei romani viene assegnato al sottocampo di Jawischowitz per lavorare nelle miniere di carbone di Brzeszcze. Quando il complesso di Auschwitz viene evacuato, Ferdinando viene mandato nel campo di Buchenwald, dove si dichiara “odontotecnico” e successivamente “bracciante”. Il 26 febbraio del 1945 viene trasferito a Bergen-Belsen, dove è liberato nella primavera successiva. Al ritorno scopre che anche la sorella Maria , residente a Milano, era stata arrestata nel gennaio del 1944. Deportata ad Auschwitz, era deceduta a Theresienstadt un anno dopo, a 29 anni.

Figlio di Enrico e Giovanna Friedrich, nasce a Fiume l’8 giugno 1921. Ultimo di quattro figli, perde i genitori da giovane.
Da poco a Roma, il 16 ottobre viene catturato dai nazisti in via Arenula 53 e deportato ad Auschwitz, dove è immatricolato col numero 158638. Con un folto gruppo di ebrei romani viene assegnato al sottocampo di Jawischowitz per lavorare nelle miniere di carbone di Brzeszcze. Quando il complesso di Auschwitz viene evacuato, Ferdinando viene mandato nel campo di Buchenwald, dove si dichiara “odontotecnico” e successivamente “bracciante”. Il 26 febbraio del 1945 viene trasferito a Bergen-Belsen, dove è liberato nella primavera successiva. Al ritorno scopre che anche la sorella Maria , residente a Milano, era stata arrestata nel gennaio del 1944. Deportata ad Auschwitz, era deceduta a Theresienstadt un anno dopo, a 29 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Isacco Sermoneta AF102.F.001

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Alberto Sermoneta

ISACCO SERMONETA

Figlio di Abramo e Costanza Della Rocca, nasce a Roma l’8 marzo 1912. Nel 1938 sposa Pacifica Efrati con la quale ha tre bambine, Costanza, Emma e Franca, che nel 1943 hanno rispettivamente 4 anni, 2 anni e pochi mesi.
Quando, il 16 ottobre, i nazisti fanno irruzione nella loro casa di via del Tempio 4, trovano e arrestano Pacifica (26 anni) con le tre bambine, ma non Isacco, il quale però, saputo cosa è successo, si consegna ai nazisti per non abbandonarle.
All’arrivo ad Auschwitz-Birkenau, Isacco viene selezionato per il lavoro, mentre moglie e figlie vengono subito uccise. Dopo un periodo di quarantena, da Birkenau viene trasferito nel campo allestito sulle macerie del ghetto di Varsavia. Nel luglio del 1944 viene inviato all’interno del Reich, a Dachau, dove è immatricolato col numero 90622 e si dichiara rappresentante di stoffe. Viene messo a lavorare in alcuni sottocampi e da uno di questi tenta la fuga, ma è catturato nei boschi da un civile e consegnato nuovamente alle SS, che lo riportano in campo. Con l’avvicinarsi del fronte, viene caricato su un carro merci verso destinazione ignota. Durante una sosta nei pressi di Monaco di Baviera, Isacco tenta di nuovo di fuggire e questa volta ha successo. È libero il 1° maggio 1945, poco prima dell’arrivo degli americani.
Tornato a Roma, non si risposa. Gestisce un negozio di ricordi nel cuore del quartiere ebraico ed è attivo nel coordinamento delle funzioni religiose, svolgendo la funzione di parnas del Tempio Spagnolo.
È morto a Roma il 24 ottobre del 1991, all’età di 79 anni.

Figlio di Abramo e Costanza Della Rocca, nasce a Roma l’8 marzo 1912. Nel 1938 sposa Pacifica Efrati con la quale ha tre bambine, Costanza, Emma e Franca, che nel 1943 hanno rispettivamente 4 anni, 2 anni e pochi mesi.
Quando, il 16 ottobre, i nazisti fanno irruzione nella loro casa di via del Tempio 4, trovano e arrestano Pacifica (26 anni) con le tre bambine, ma non Isacco, il quale però, saputo cosa è successo, si consegna ai nazisti per non abbandonarle.
All’arrivo ad Auschwitz-Birkenau, Isacco viene selezionato per il lavoro, mentre moglie e figlie vengono subito uccise. Dopo un periodo di quarantena, da Birkenau viene trasferito nel campo allestito sulle macerie del ghetto di Varsavia. Nel luglio del 1944 viene inviato all’interno del Reich, a Dachau, dove è immatricolato col numero 90622 e si dichiara rappresentante di stoffe. Viene messo a lavorare in alcuni sottocampi e da uno di questi tenta la fuga, ma è catturato nei boschi da un civile e consegnato nuovamente alle SS, che lo riportano in campo. Con l’avvicinarsi del fronte, viene caricato su un carro merci verso destinazione ignota. Durante una sosta nei pressi di Monaco di Baviera, Isacco tenta di nuovo di fuggire e questa volta ha successo. È libero il 1° maggio 1945, poco prima dell’arrivo degli americani.
Tornato a Roma, non si risposa. Gestisce un negozio di ricordi nel cuore del quartiere ebraico ed è attivo nel coordinamento delle funzioni religiose, svolgendo la funzione di parnas del Tempio Spagnolo.
È morto a Roma il 24 ottobre del 1991, all’età di 79 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

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Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Famiglia Camerino

ENZO CAMERINO

Figlio di Italo e Giulia Di Cori , nasce a Roma il 2 dicembre 1928. Ha un fratello, Luciano , e una sorella, Wanda . Il padre è titolare di un’azienda che, a Monza, produce prefabbricati in legno per l’Abissinia. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, le condizioni economiche della famiglia peggiorano sensibilmente. Persa la fabbrica, il padre si dedica alla vendita di cioccolata all’ingrosso ed Enzo, lasciata la scuola “Umberto I”, aiuta la famiglia lavorando nel negozio di un barbiere.
Il 16 ottobre Enzo viene arrestato con tutta la famiglia, compreso lo zio materno Settimio Renato Di Cori (1899-1943), nell’abitazione in viale delle Milizie 11, nel quartiere Prati.
Deportati nel complesso di Auschwitz-Birkenau, vengono tutti inseriti nel campo per lavorare tranne lo zio di 44 anni, inviato alle camere a gas. Enzo, immatricolato col numero 158509, dopo la quarantena viene impiegato con il fratello Luciano, di 17 anni, e il padre, di 50 anni, nel sottocampo di Jawischowitz. Il lavoro in miniera si rivela insostenibile per il padre, che ha più di 50 anni e muore agli inizi del gennaio 1944. Nel gennaio 1945 Enzo e Luciano sono costretti a raggiungere il campo di Buchenwald con una spaventosa marcia a piedi e poi in carri-bestiame ferroviari scoperti. Sono liberati nel mese di aprile di quell’anno. Enzo torna a Roma il 12 giugno. Della sua famiglia farà ritorno, oltre a lui, solo il fratello Luciano. La madre, che nel 1943 aveva 49 anni e la sorella Wanda, di 25, scompaiono nei lager in date imprecisate del 1944.
Nel 1951, Enzo sposa Silvana Pontecorvo e con lei ha due figli: Italo e Giulia. Nel 1957 la famiglia emigra a Montreal, in Canada. Negli anni Novanta, però, Enzo torna spesso a Roma e ad Auschwitz a testimoniare la triste sorte degli ebrei della capitale.
Nonno di quattro nipoti, è morto in Canada il 2 dicembre 2014, il giorno del suo compleanno, all’età di 86 anni.

Figlio di Italo e Giulia Di Cori , nasce a Roma il 2 dicembre 1928. Ha un fratello, Luciano , e una sorella, Wanda . Il padre è titolare di un’azienda che, a Monza, produce prefabbricati in legno per l’Abissinia. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, le condizioni economiche della famiglia peggiorano sensibilmente. Persa la fabbrica, il padre si dedica alla vendita di cioccolata all’ingrosso ed Enzo, lasciata la scuola “Umberto I”, aiuta la famiglia lavorando nel negozio di un barbiere.
Il 16 ottobre Enzo viene arrestato con tutta la famiglia, compreso lo zio materno Settimio Renato Di Cori (1899-1943), nell’abitazione in viale delle Milizie 11, nel quartiere Prati.
Deportati nel complesso di Auschwitz-Birkenau, vengono tutti inseriti nel campo per lavorare tranne lo zio di 44 anni, inviato alle camere a gas. Enzo, immatricolato col numero 158509, dopo la quarantena viene impiegato con il fratello Luciano, di 17 anni, e il padre, di 50 anni, nel sottocampo di Jawischowitz. Il lavoro in miniera si rivela insostenibile per il padre, che ha più di 50 anni e muore agli inizi del gennaio 1944. Nel gennaio 1945 Enzo e Luciano sono costretti a raggiungere il campo di Buchenwald con una spaventosa marcia a piedi e poi in carri-bestiame ferroviari scoperti. Sono liberati nel mese di aprile di quell’anno. Enzo torna a Roma il 12 giugno. Della sua famiglia farà ritorno, oltre a lui, solo il fratello Luciano. La madre, che nel 1943 aveva 49 anni e la sorella Wanda, di 25, scompaiono nei lager in date imprecisate del 1944.
Nel 1951, Enzo sposa Silvana Pontecorvo e con lei ha due figli: Italo e Giulia. Nel 1957 la famiglia emigra a Montreal, in Canada. Negli anni Novanta, però, Enzo torna spesso a Roma e ad Auschwitz a testimoniare la triste sorte degli ebrei della capitale.
Nonno di quattro nipoti, è morto in Canada il 2 dicembre 2014, il giorno del suo compleanno, all’età di 86 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Efrati Angelo

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Emilia Efrati

ANGELO EFRATI

Detto “Angelino la Bestia”, nasce a Roma il 29 aprile 1924. Suo padreAbramo Umberto ha un negozio nel quartiere ebraico mentre la madre, Maria Di Segni, si dedica alla loro numerosa famiglia: Angelo ha, infatti, dodici fratelli.

Il 16 ottobre viene catturato nella sua casa di via Portonaccio 112 (zona Casal Bertone) con il padre di 43 anni, la madre di 46 e sette fratelli: Enrica di 20 anni, Cesare di 16, Fortunata di 15, Grazia di 13, Rina di 9, Dora di 5 e il piccolo Marco di 2.

Ad Auschwitz-Birkenau, dopo la selezione iniziale, solo Angelo (numero di matricola 158550), Cesare e il padre Abramo Umberto sono immessi nel campo; tutti gli altri sono uccisi col gas. 

Il padre muore quasi subito, in quarantena; i due fratelli sono inviati nel sottocampo di Jawischowitz. Nella primavera del 1944 Angelo si ammala e viene ricoverato a Birkenau, dove rimane fino al suo trasferimento ad Auschwitz III-Monowitz. Qui è sottoposto al lavoro schiavile  nella fabbrica “Buna” dell’industria chimica IG Farben. Successivamente, viene trasferito nel sottocampo di Janinagrube per lavorare di nuovo in miniera. Prima dell’evacuazione del complesso di Auschwitz è inviato nel campo di Stutthof, dove rimane fino all’aprile del 1945, quando è imbarcato su una nave diretta nel nord della Germania. Di fronte alla baia di Neustadt la nave è affondata dagli Alleati, ma Angelo si getta in mare e miracolosamente si salva.

Tornato a Roma, ritrova il fratello Cesare e altri quattro fratelli che erano riusciti a nascondersi, mentre scopre che il fratello Lazzaro, detto “Burrasca”, 23 anni nel 1943, era finito a Fossoli e poi ad Auschwitz-Birkenau, e poi era morto a Ebensee il 26 aprile 1945. 

Nel dopoguerra, Angelo si dedica al commercio di tessuti. Nel 1948sposa Angelica Pavoncello con la quale avrà due figli, Maria e Umberto. 

È morto a Roma il 23 dicembre 2008, sei mesi dopo la scomparsa del fratello Cesare, all’età di 84 anni.

 

Detto “Angelino la Bestia”, nasce a Roma il 29 aprile 1924. Suo padreAbramo Umberto ha un negozio nel quartiere ebraico mentre la madre, Maria Di Segni, si dedica alla loro numerosa famiglia: Angelo ha, infatti, dodici fratelli.

Il 16 ottobre viene catturato nella sua casa di via Portonaccio 112 (zona Casal Bertone) con il padre di 43 anni, la madre di 46 e sette fratelli: Enrica di 20 anni, Cesare di 16, Fortunata di 15, Grazia di 13, Rina di 9, Dora di 5 e il piccolo Marco di 2.

Ad Auschwitz-Birkenau, dopo la selezione iniziale, solo Angelo (numero di matricola 158550), Cesare e il padre Abramo Umberto sono immessi nel campo; tutti gli altri sono uccisi col gas. 

Il padre muore quasi subito, in quarantena; i due fratelli sono inviati nel sottocampo di Jawischowitz. Nella primavera del 1944 Angelo si ammala e viene ricoverato a Birkenau, dove rimane fino al suo trasferimento ad Auschwitz III-Monowitz. Qui è sottoposto al lavoro schiavile  nella fabbrica “Buna” dell’industria chimica IG Farben. Successivamente, viene trasferito nel sottocampo di Janinagrube per lavorare di nuovo in miniera. Prima dell’evacuazione del complesso di Auschwitz è inviato nel campo di Stutthof, dove rimane fino all’aprile del 1945, quando è imbarcato su una nave diretta nel nord della Germania. Di fronte alla baia di Neustadt la nave è affondata dagli Alleati, ma Angelo si getta in mare e miracolosamente si salva.

Tornato a Roma, ritrova il fratello Cesare e altri quattro fratelli che erano riusciti a nascondersi, mentre scopre che il fratello Lazzaro, detto “Burrasca”, 23 anni nel 1943, era finito a Fossoli e poi ad Auschwitz-Birkenau, e poi era morto a Ebensee il 26 aprile 1945. 

Nel dopoguerra, Angelo si dedica al commercio di tessuti. Nel 1948sposa Angelica Pavoncello con la quale avrà due figli, Maria e Umberto. 

È morto a Roma il 23 dicembre 2008, sei mesi dopo la scomparsa del fratello Cesare, all’età di 84 anni.

 

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Piperno Mario Buchenwald

Internarional Tracing Service, Bad Arolsen

MARIO PIPERNO

Nasce a Roma il 6 giugno 1916 dal rigattiere Mosè e da Colomba Citoni . Da poco sposato con Ester Sonnino , il 16 ottobre viene arrestato con la moglie (20 anni), i genitori (71 e 63 anni) e il fratello Angelo (33 anni) in viale del Re 114 (oggi viale di Trastevere). La sorella Enrica, 40 anni, viene catturata nella stessa retata in via S. Francesco a Ripa 136 con la figlia Clara Di Segni di 18 anni .
Tutti deportati ad Auschwitz-Birkenau, solo Mario e suo fratello sono immessi nel campo con i numeri di matricola 158596 e 158597 e inviati nel sottocampo di Jawischowitz. Mario, che durante l’immatricolazione si era dichiarato “autista”, successivamente si ammala e viene ricoverato nell’ospedale del campo di Auschwitz III – Monowitz, dove rimane a lavorare.
Nel gennaio del 1945 viene inserito nelle colonne in marcia verso l’interno del Reich. Raggiunge Buchenwald il 26 gennaio, dove si dichiara fabbro, e infine Dachau, dove viene liberato nel mese di aprile. Poco prima della liberazione, si rende protagonista di un atto straordinario: pur essendo in pericolo di vita, non rinuncia a donare gran parte della sua razione di cibo a un connazionale particolarmente bisognoso, il prigioniero politico Gigi Mazullo, salvandogli così la vita.
Mario è l’unico della sua famiglia a tornare a casa: del fratello Angelo, infatti, si perdono le tracce dopo il suo arrivo a Buchenwald il 22 gennaio 1945.
È morto a Ostia, Roma, il 21 maggio 2003, all’età di 87 anni.

Nasce a Roma il 6 giugno 1916 dal rigattiere Mosè e da Colomba Citoni . Da poco sposato con Ester Sonnino , il 16 ottobre viene arrestato con la moglie (20 anni), i genitori (71 e 63 anni) e il fratello Angelo (33 anni) in viale del Re 114 (oggi viale di Trastevere). La sorella Enrica, 40 anni, viene catturata nella stessa retata in via S. Francesco a Ripa 136 con la figlia Clara Di Segni di 18 anni .
Tutti deportati ad Auschwitz-Birkenau, solo Mario e suo fratello sono immessi nel campo con i numeri di matricola 158596 e 158597 e inviati nel sottocampo di Jawischowitz. Mario, che durante l’immatricolazione si era dichiarato “autista”, successivamente si ammala e viene ricoverato nell’ospedale del campo di Auschwitz III – Monowitz, dove rimane a lavorare.
Nel gennaio del 1945 viene inserito nelle colonne in marcia verso l’interno del Reich. Raggiunge Buchenwald il 26 gennaio, dove si dichiara fabbro, e infine Dachau, dove viene liberato nel mese di aprile. Poco prima della liberazione, si rende protagonista di un atto straordinario: pur essendo in pericolo di vita, non rinuncia a donare gran parte della sua razione di cibo a un connazionale particolarmente bisognoso, il prigioniero politico Gigi Mazullo, salvandogli così la vita.
Mario è l’unico della sua famiglia a tornare a casa: del fratello Angelo, infatti, si perdono le tracce dopo il suo arrivo a Buchenwald il 22 gennaio 1945.
È morto a Ostia, Roma, il 21 maggio 2003, all’età di 87 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Wachsberger Arminio AF132.F.023

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo Famiglia Wachsberger

ARMINIO WACHSBERGER

Nasce a Fiume il 4 novembre 1913. Figlio del rabbino capo della città, David, e di Matilde Miriam Gellis, ungherese di origine, ha sette fratelli.
Durante il servizio di leva, Arminio è assegnato alla sede romana del Ministero dell’Aeronautica. Rimane poi nella capitale lavorando come impiegato e come interprete. Nel 1937 sposa Regina Polacco e l’anno seguente nasce la figlia Clara, che si ammala presto di poliomielite.
Il 16 ottobre viene arrestato nella sua casa in Lungotevere Ripa 6 con la moglie (31 anni), la figlia (5 anni), i suoceri Moise Polacco (68 anni) e Carlotta Cesana (67), e Vittorio, un bambino di due anni, figlio del cognato che si trova fuori Roma. Nelle fasi concitate che seguono l’arresto, Arminio riesce a buttare dal camion, nelle braccia della portiera del palazzo, il piccolo Vittorio, salvandogli così la vita.
Al Collegio militare, Dannecker, il responsabile della retata, lo utilizza come interprete. Questo ruolo gli viene affidato dal dottor Mengele anche sulla Judenrampe di Birkenau, all’arrivo del convoglio, ed egli lo svolgerà fino alla liberazione. La moglie e la figlia Clara sono uccise immediatamente dopo la selezione.
Immatricolato con il numero 158639, Arminio viene trasferito a Varsavia, nel campo istituito sulle rovine del ghetto. Nel luglio del 1944, quando il campo è liquidato, è mandato all’interno del Reich, a Dachau e in alcuni dei suoi sottocampi, dove si trova al momento della liberazione, nell’aprile del 1945.
Arminio decide a quel punto di rimanere in Germania per svolgere il ruolo di direttore amministrativo di un campo per Displaced Persons, a Feldafing, piccolo paese a sud di Monaco di Baviera. Qui conosce e sposa Olga Wiener, ungherese sopravvissuta ad Auschwitz. Nel 1946, a Monaco, diventa padre di una bambina che riceve il nome della prima figlia uccisa dai nazisti: Clara. Nel 1949 ritorna in Italia, a Milano, e lavora di nuovo per la Ammonia, la ditta chimica che lo aveva coraggiosamente assunto dopo l’8 settembre del 1943. Nel 1954 diventa ancora padre di una bimba, Silvia.
È morto il 24 aprile del 2002, a Milano, all’età di 89 anni.

Nasce a Fiume il 4 novembre 1913. Figlio del rabbino capo della città, David, e di Matilde Miriam Gellis, ungherese di origine, ha sette fratelli.
Durante il servizio di leva, Arminio è assegnato alla sede romana del Ministero dell’Aeronautica. Rimane poi nella capitale lavorando come impiegato e come interprete. Nel 1937 sposa Regina Polacco e l’anno seguente nasce la figlia Clara, che si ammala presto di poliomielite.
Il 16 ottobre viene arrestato nella sua casa in Lungotevere Ripa 6 con la moglie (31 anni), la figlia (5 anni), i suoceri Moise Polacco (68 anni) e Carlotta Cesana (67), e Vittorio, un bambino di due anni, figlio del cognato che si trova fuori Roma. Nelle fasi concitate che seguono l’arresto, Arminio riesce a buttare dal camion, nelle braccia della portiera del palazzo, il piccolo Vittorio, salvandogli così la vita.
Al Collegio militare, Dannecker, il responsabile della retata, lo utilizza come interprete. Questo ruolo gli viene affidato dal dottor Mengele anche sulla Judenrampe di Birkenau, all’arrivo del convoglio, ed egli lo svolgerà fino alla liberazione. La moglie e la figlia Clara sono uccise immediatamente dopo la selezione.
Immatricolato con il numero 158639, Arminio viene trasferito a Varsavia, nel campo istituito sulle rovine del ghetto. Nel luglio del 1944, quando il campo è liquidato, è mandato all’interno del Reich, a Dachau e in alcuni dei suoi sottocampi, dove si trova al momento della liberazione, nell’aprile del 1945.
Arminio decide a quel punto di rimanere in Germania per svolgere il ruolo di direttore amministrativo di un campo per Displaced Persons, a Feldafing, piccolo paese a sud di Monaco di Baviera. Qui conosce e sposa Olga Wiener, ungherese sopravvissuta ad Auschwitz. Nel 1946, a Monaco, diventa padre di una bambina che riceve il nome della prima figlia uccisa dai nazisti: Clara. Nel 1949 ritorna in Italia, a Milano, e lavora di nuovo per la Ammonia, la ditta chimica che lo aveva coraggiosamente assunto dopo l’8 settembre del 1943. Nel 1954 diventa ancora padre di una bimba, Silvia.
È morto il 24 aprile del 2002, a Milano, all’età di 89 anni.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

26 Settembre 1943

Villa Wolkonsky (Ambasciata tedesca fino all'occupazione tedesca), via Ludovico di Savoia 11

Ugo Foà e Dante Almansi sono convocati da Herbert Kappler a Villa Wolkonsky per la richiesta dei cinquanta chili d'oro

Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma tra il 1941 e il 1944, e Dante Almansi, Presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944, vengono convocati da Herbert Kappler, Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma, a Villa Wolkonsky, sede dell’ambasciata tedesca fino all’occupazione. Kappler chiede la consegna di 50 chili d’oro alla Comunità, pena la deportazione di 200 dei suoi membri.

APPROFONDIMENTI

  • IMMAGINI
  • DOCUMENTI
  • TESTIMONIANZE
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Ugo Foà

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Dante Almansi

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Herbert Kappler

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villa Wolkonsky

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Verbale dell'interrogatorio

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Almansi in Rigano, p.27

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Video Testimonianza

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Video Testimonianza

Settimia Spizzichino

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Settimia Spizzichino

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

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Ritratto di Ugo Foà (1887-1953), presidente della Comunità Israelitica di Roma nei primi anni '40 e per tutto il periodo dell'occupazione nazista, in veste di procuratore generale della Corte d'appello di Roma (1934 - 1938).

Federico Spoltore, olio su tela. Museo Ebraico di Roma

Ritratto di Ugo Foà (1887-1953), presidente della Comunità Israelitica di Roma nei primi anni '40 e per tutto il periodo dell'occupazione nazista, in veste di procuratore generale della Corte d'appello di Roma (1934 - 1938).

Federico Spoltore, olio su tela. Museo Ebraico di Roma

Dante Almansi (1877-1949), giurista, prefetto, consigliere della Corte dei Conti dal 1930 fino alla promulgazione delle leggi antiebraiche. Presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944.

Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1988

Dante Almansi (1877-1949), giurista, prefetto, consigliere della Corte dei Conti dal 1930 fino alla promulgazione delle leggi antiebraiche. Presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944.

Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1988

Herbert Kappler (1907-1978), Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma.

Bundesarchiv, Berlin

Herbert Kappler (1907-1978), Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma.

Bundesarchiv, Berlin

Villa Wolkonsky durante l'occupazione nazista.

The National Archives, Kew, London

Villa Wolkonsky durante l'occupazione nazista.

The National Archives, Kew, London

Verbale dell'interrogatorio di Kappler, avvenuto il 22 agosto 1947, sulla convocazione dei due presidenti Foà e Almansi per la richiesta dei 50 chili d'oro.

Tribunale Militare di Roma

Verbale dell'interrogatorio di Kappler, avvenuto il 22 agosto 1947, sulla convocazione dei due presidenti Foà e Almansi per la richiesta dei 50 chili d'oro.

Tribunale Militare di Roma

Dante Almansi sul suo colloquio con Herbert Kappler, in Sivia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino, Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Milano, Guerini e associati, 2006.

“Voi e i vostri correligionari avete la cittadinanza italiana, ma di ciò a me importa poco. Noi tedeschi vi consideriamo unicamente ebrei e come tali nostri nemici. Anzi, per essere più chiari, noi vi consideriamo come un gruppo distaccato, ma non isolato dei peggiori fra i nemici contro i quali stiamo combattendo. E come tali dobbiamo trattarvi. Però non sono le vostre vite né i vostri figli che vi prenderemo se adempirete alle nostre richieste. È il vostro oro che vogliamo per dare nuove armi al nostro paese. Entro 36 ore dovete versarmene 50 Kg. Se lo verserete non vi sarà fatto del male. In caso diverso, 200 fra voi verranno presi e deportati in Germania alla frontiera russa o altrimenti resi innocui.”

Da G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.

“Effettivamente, la sera del 26 settembre 1943, il presidente della Comunità Israelitica di Roma e quello dell’Unione delle Comunità Italiane – tramite il dott. Cappa, funzionario della Questura – erano stati convocati per le ore 18 all’Ambasciata Germanica. Li ricevette, paurosamente cortese e «distinto», il Maggiore delle SS Herbert Kappler, che li fece accomodare e per qualche momento parlò del più e del meno in tono di ordinaria conversazione. Poi entrò nel merito: gli ebrei di Roma erano doppiamente colpevoli, come italiani […] per il tradimento contro la Germania, e come ebrei perché appartenenti alla razza degli eterni nemici della Germania. Perciò il governo del Reich imponeva loro una taglia di 50 chilogrammi d’oro, da versarsi entro le ore 11 del successivo martedì 28. In caso di inadempienza, razzia e deportazione in Germania di 200 ebrei. Praticamente: poco più di un giorno e mezzo per trovare 50 chili d’oro.”

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