Via Tasso è la sede della polizia tedesca e sinonimo, per i romani, di repressione e di terrore. Il palazzo è utilizzato dall’ambasciata del Reich nel 1943 per gli uffici culturali. Nel settembre 1943 il comandante della polizia tedesca a Roma, Herbert Kappler, lo occupa e vi trasferisce gli uffici della polizia, utilizzandolo sia come sede del suo comando, sia come prigione. Nelle sue celle vengono rinchiusi centinaia di partigiani, di antifascisti e di ebrei, che vengono sistematicamente torturati per ottenere informazioni. Il 4 giugno del 1944, il palazzo viene abbandonato dai tedeschi in fuga e saccheggiato dalla popolazione. Oggi una parte dei suoi spazi è diventata il Museo storico della Liberazione.
Rubino Romeo Salmonì A15810, Ho sconfitto Hitler, Provincia di Roma, 2011
Sempre con la pistola ai fianchi ci portano a via Tasso, dove era l’ufficio Kommandantura delle SS. Strada facendo ci dicono: «Se sapete dove sono gli ebrei, vi lasceremo liberi». Allora ho capito che non era una semplice forma di informazione, ma un arresto. Arrivati a via Tasso la carrozza si ferma davanti l’ingresso dell’ufficio, vengo scaraventato fuori, il povero Giorgio esita a scendere. […] Allora una gigantesca SS lo trascina fuori dalla carrozza e con un poderoso pugno gli frantuma gli occhiali negli occhi facendolo cadere sanguinante al suolo; lo aiuto ad alzarsi ma ricevo un calcio alle gambe. Allora la SS che è sulla porta lo rialza e sferra un poderoso pugno che manda i vetri degli occhiali dentro gli occhi, facendogli sanguinare tutto il viso. Non aveva risposto alla SS che gli aveva domandato se fosse ebreo in tedesco, che Giorgio non capiva.
A me non va meglio: mi portano al secondo piano, mi levano le scarpe di mamma, il braccialetto d’oro, l’orologio e la catenina d’oro. Dopo mi domandano in italiano se ho soldi, gli dico di no, ma avevo settanta lire in monetine (era il resto delle scarpe che avevo comprato).
Mi danno un forte pugno in pieno viso, il sangue esce copioso, cado per terra; mi tempestano di calci al corpo, mi proteggo il viso ma continuano e mi danno calci al basso ventre; allora cerco di proteggere il basso ventre togliendo le mani dal viso, un calcio alla bocca mi spezza due denti. Sanguinante mi portano alla cella numero due.
Il povero Giorgio si lamenta per il dolore agli occhi ancora sanguinanti; nella cella ci trovo due fratelli Volterra che avevano arrestato con altri due ebrei; così eravamo in sei dentro la cella, senza aria, angusta e priva di spazio per respirare. Eravamo affamati, assetati e terrorizzati per i lamenti e le grida provenienti dalle celle vicine.
G. Castagno, Bruno Buozzi, Milano-Roma, Edizioni Avanti!, 1955.
Ancora più pietoso era per noi il sentire ed alcune volte il vedere, attraverso il foro della porta della cella che serviva di spia alla guardia del corridoio, battere la sventurata gente di razza ebraica. […] Ricordo, a questo proposito, un povero uomo, canuto, un po’ curvo, il quale un giorno si raccomandò a quella canaglia tedesca perché gli risparmiasse i colpi, non fosse altro che in considerazione della sua età di 82 anni. Ma la bestia teutonica non accennò a calmare la sua stizza che dopo aver visto il corpo immobile di quel disgraziato vecchietto sul duro pavimento. Gli ebrei venivano rinchiusi in quel cellulario, precisamente nella camera della vasca da bagno di fronte alla nostra cella e vi restavano fino all’indomani dopo di che, tutti pesti e gonfi dalle percosse, e chissà se tutti presenti, venivano inviati ai campi di concentramento.
Franca Tagliacozzo, Gli ebrei romani raccontano la “propria” Shoah, Firenze, Giuntina, 2010
Papà essendo un uomo coraggioso decise di andare a svolgere la vendita di cartoline e ricordi di Roma proprio nelle vicinanze del comando tedesco in via Po e Corso d’Italia a soldati che andavano e venivano per ordine di servizio al loro comando. Così mio padre trovò il sistema di sopravvivenza per la nostra grossa famiglia facendo l’ambulante abusivo con grossi rischi personali ma con ottimi risultati poiché oltre al guadagno riusciva a barattare anche generi alimentari coi soldati.”
Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma tra il 1941 e il 1944, e Dante Almansi, Presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944, vengono convocati da Herbert Kappler, Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma, a Villa Wolkonsky, sede dell’ambasciata tedesca fino all’occupazione. Kappler chiede la consegna di 50 chili d’oro alla Comunità, pena la deportazione di 200 dei suoi membri.
Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò
Settimia Spizzichino
Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.
Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.
Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò
Dante Almansi sul suo colloquio con Herbert Kappler, in Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino, Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Milano, Guerini e associati, 2006.
“Voi e i vostri correligionari avete la cittadinanza italiana, ma di ciò a me importa poco. Noi tedeschi vi consideriamo unicamente ebrei e come tali nostri nemici. Anzi, per essere più chiari, noi vi consideriamo come un gruppo distaccato, ma non isolato dei peggiori fra i nemici contro i quali stiamo combattendo. E come tali dobbiamo trattarvi. Però non sono le vostre vite né i vostri figli che vi prenderemo se adempirete alle nostre richieste. È il vostro oro che vogliamo per dare nuove armi al nostro paese. Entro 36 ore dovete versarmene 50 Kg. Se lo verserete non vi sarà fatto del male. In caso diverso, 200 fra voi verranno presi e deportati in Germania alla frontiera russa o altrimenti resi innocui.”
Da G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.
“Effettivamente, la sera del 26 settembre 1943, il presidente della Comunità Israelitica di Roma e quello dell’Unione delle Comunità Italiane – tramite il dott. Cappa, funzionario della Questura – erano stati convocati per le ore 18 all’Ambasciata Germanica. Li ricevette, paurosamente cortese e «distinto», il Maggiore delle SS Herbert Kappler, che li fece accomodare e per qualche momento parlò del più e del meno in tono di ordinaria conversazione. Poi entrò nel merito: gli ebrei di Roma erano doppiamente colpevoli, come italiani […] per il tradimento contro la Germania, e come ebrei perché appartenenti alla razza degli eterni nemici della Germania. Perciò il governo del Reich imponeva loro una taglia di 50 chilogrammi d’oro, da versarsi entro le ore 11 del successivo martedì 28. In caso di inadempienza, razzia e deportazione in Germania di 200 ebrei. Praticamente: poco più di un giorno e mezzo per trovare 50 chili d’oro.”