Immediately after the Nazi occupation of Rome, the third and sixth wings of Regina Coeli prison were occupied by the German command and were under its control until the end of the war. The prison held people arrested by the Germans and by the Republic of Salò fascists, including many Jews destined to be deported to the death camps or tragically selected for the massacre at the Ardeatine caves. On 4 June 1944, the National Liberation Committee decreed the immediate release of political prisoners. Jewish prisoners arrested after the last transfer to the Fossoli camp on 20 May 1944, were also released.
Rubino Romeo Salmonì A15810, Ho sconfitto Hitler, Provincia di Roma, 2011
“They woke us up in the middle of the night to take us to Regina Coeli prison, which was a paradise compared to Via Tasso. They put me in cell number 337 on the third floor. I was dazed and exhausted, feeling unkempt, bloodstained and starving…” “We hoped, we prayed that the war would soon be over, that we could return home with our loved ones; but everything was pointing to the worst. In the middle of the night they called us, saying we would be leaving in about two hours, but then they sent us back to our cells as there were no trucks to transfer us. We were under the false impression that we would stay in prison in Rome; unfortunately the next day we were loaded onto the trucks; it took the whole afternoon before the trucks actually set off, but at least we could breathe a bit of fresh air” But the question was: “Where are they taking us?”.
Elisa Guida, Senza perdere la dignità. Una biografia di Piero Terracina, Roma, Viella, 2021
Piero was imprisoned at age 15. Anna, Leo and Cesare were respectively 22, 21 and 18. Lidia was 54, Giovanni 55, Amedeo was 48 and Leone David was aged 83. They had done nothing. They hadn’t stolen anything. They weren’t anti-fascists. They hadn’t broken any of the occupiers’ rules. They existed. And this was enough to be banged up in the third wing of Regina Coeli, run directly by the Germans. “Entering the prison was upsetting, […] hearing the gates close behind you, not understanding why or what would happen …”.
Alberto Mieli con Ester Mieli, Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa, Venezia, Marsilio, 2016.
When we got off that bus, we found ourselves at Regina Coeli prison. As soon as we entered, they took our fingerprints. Then the warder called out the names of 12 Jews and Christians. These people were sent to the third wing. Many of the Jews detained in the third wing stayed there for months on end – women and men – before being sent first to Fossoli and then to Auschwitz. Then they called out my name: “Alberto Mieli to the sixth wing!” It was the one for political prisoners. I was still a boy, and my biggest fear was not knowing who I would find in my cell. I was frightened of being put in with murderers and criminals and I envied the others because at least they were all together.
Amedeo Strazzera Perniciani, Umanità ed eroismo nella vita segreta di Regina Coeli, Roma, Azienda Libraria Amato, 1946.
“The arrests and torture of Saragat, Pertini, Ginzburg, Rossi Doria Gastone, Siglienti and Muscetta, authoritative representatives of the Socialist Party and the Action Party, at the hands of the fascist police and the German SS, leave a deep impression on the [partisans in the] Fronte Clandestino di Resistenza…”
Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma tra il 1941 e il 1944, e Dante Almansi, Presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944, vengono convocati da Herbert Kappler, Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma, a Villa Wolkonsky, sede dell’ambasciata tedesca fino all’occupazione. Kappler chiede la consegna di 50 chili d’oro alla Comunità, pena la deportazione di 200 dei suoi membri.
Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò
Settimia Spizzichino
Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.
Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.
Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò
Dante Almansi sul suo colloquio con Herbert Kappler, in Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino, Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Milano, Guerini e associati, 2006.
“Voi e i vostri correligionari avete la cittadinanza italiana, ma di ciò a me importa poco. Noi tedeschi vi consideriamo unicamente ebrei e come tali nostri nemici. Anzi, per essere più chiari, noi vi consideriamo come un gruppo distaccato, ma non isolato dei peggiori fra i nemici contro i quali stiamo combattendo. E come tali dobbiamo trattarvi. Però non sono le vostre vite né i vostri figli che vi prenderemo se adempirete alle nostre richieste. È il vostro oro che vogliamo per dare nuove armi al nostro paese. Entro 36 ore dovete versarmene 50 Kg. Se lo verserete non vi sarà fatto del male. In caso diverso, 200 fra voi verranno presi e deportati in Germania alla frontiera russa o altrimenti resi innocui.”
Da G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.
“Effettivamente, la sera del 26 settembre 1943, il presidente della Comunità Israelitica di Roma e quello dell’Unione delle Comunità Italiane – tramite il dott. Cappa, funzionario della Questura – erano stati convocati per le ore 18 all’Ambasciata Germanica. Li ricevette, paurosamente cortese e «distinto», il Maggiore delle SS Herbert Kappler, che li fece accomodare e per qualche momento parlò del più e del meno in tono di ordinaria conversazione. Poi entrò nel merito: gli ebrei di Roma erano doppiamente colpevoli, come italiani […] per il tradimento contro la Germania, e come ebrei perché appartenenti alla razza degli eterni nemici della Germania. Perciò il governo del Reich imponeva loro una taglia di 50 chilogrammi d’oro, da versarsi entro le ore 11 del successivo martedì 28. In caso di inadempienza, razzia e deportazione in Germania di 200 ebrei. Praticamente: poco più di un giorno e mezzo per trovare 50 chili d’oro.”