18 settembre 1943 - 4 giugno 1944

Carcere di Regina Coeli

Via della Lungara 29

Subito dopo l’occupazione nazista di Roma il terzo e il sesto braccio del carcere di Regina Coeli vengono occupati dal Comando tedesco sino alla fine della guerra. All’interno del carcere sono recluse le persone arrestate dai tedeschi e dai fascisti della Repubblica di Salò, tra questi molti ebrei destinati alla deportazione nei campi di sterminio o tragicamente selezionati per l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il 4 giugno del 1944 il Comitato di Liberazione Nazionale decreta l’immediata scarcerazione dei prigionieri politici. Furono liberati anche prigionieri ebrei arrestati dopo l’ultimo trasferimento per il campo di Fossoli, avvenuto il 20 maggio 1944.

APPROFONDIMENTI

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Regina Coeli

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Regina Coeli

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Verbale dell'interrogatorio

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Almansi in Rigano, p.27

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Video Testimonianza

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Video Testimonianza

Carcere di Regina Coeli

Mausoleo delle Fosse Ardeatine

Telegramma, intercettato dagli Alleati, spedito da Dannecker all'ufficio Affari ebraici (IV B4) del RSHA di Berlino: "Al momento un unico treno merci ha lasciato Roma il 18.10.43, ore 19.00. Trasporta 1007 ebrei. Il trasporto è accompagnato da 20 uomini (più un capo trasporto). Responsabile del trasporto l'SS. Oberschaführer Arndze [?] […]".

The National Archives, Kew, London

Carcere di Regina Coeli, oggi

Telegramma, intercettato dagli Alleati, spedito da Dannecker all'ufficio Affari ebraici (IV B4) del RSHA di Berlino: "Al momento un unico treno merci ha lasciato Roma il 18.10.43, ore 19.00. Trasporta 1007 ebrei. Il trasporto è accompagnato da 20 uomini (più un capo trasporto). Responsabile del trasporto l'SS. Oberschaführer Arndze [?] […]".

The National Archives, Kew, London

Romeo Salmonì (22.01.1920 – 09.07.2011), arrestato a Roma il 30 aprile del 1944, scrive alla madre poco prima della partenza da Regina Coeli per il campo di Fossoli. Dopo aver attraversato l'orrore di Auschwitz-Birkenau, viene trasferito nel campo di concentramento di Sachsenhausen (Lieberose) e poi ancora in quello di Flossenbürg (Nossen). Riesce a tornare a Roma agli inizi di settembre del 1945.

Archivio privato Salmonì

Abbiate fede in Dio che esso esiste e protegge Cara mamma, si parte, spero Iddio che è tanto misericordioso di darmi -unita alla tua- la sua santa benedizione. Non piangere mamma bella che presto con l’aiuto di Dio ritornerò con i miei fratelli e allora riprenderemo la nostra normale vita e saremo sempre uniti, finché Iddio vorrà. Perdona mamma se anche io ti ho dato il grande dispiacere, ma tu sei buona e intelligente e comprenderai che è tutto destino e ad esso non si sfugge. Mamma cara, non patire e non soffrire vendi quel poco che è rimasto e mangia; e prega il Buon Dio che tutto finisca in bene. Fino ad ora, ti assicuro che non ho patito né subito nessun male e spero che Iddio mi protegga oltre. Mamma! La tua bella immagine mi è sempre presente e mi incute coraggio e fede per il futuro. Caro papà, mi rivolgo anche a te per avere la tua benedizione e il tuo perdono per quanto ho fatto. Ma Iddio è giusto e saprà premiare le nostre sofferenze atroci. Pregherò il Buon Dio che vi dia la forza di aspettare il nostro ritorno e che vi mandi il necessario per non patire fame o altro. Spero che Settimio, Guglielmo e Marco siano fuori pericolo, così potrai consolarti con la loro presenza. Posso assicurarti che tanto i primi, cioè quelli del 16 ottobre, come gli altri stanno benissimo e lavorano come pure lavoreremo noi; perciò vedi bene che non c’è nulla di male. Fai finta che siamo soldati come erano Settimio e Marco in Africa e come Iddio ti ha aiutato a rivedere loro così pure speriamo per noi. Mentre ti scrivo mi danno coraggio gli amici di cella, ma non ce n’è bisogno perché io credo in Iddio ed esso mi proteggerà come tutti i miei fratelli. Se per qualche tempo non avrai mie notizie, non ti impensierire mamma cara e coraggio! Mi saluti tutti e mi raccomando alle foto nel pacchetto dentro l’armadio, intesi? Arrivederci a presto mamma nella e papà adorato. Pregate Iddio e non disperate in esso. Baci Baci Baci Baci Baci Baci. Non piangete, che il cuore parla. Vostro affezionatissimo, Romeo Ci portano a lavorare Guardami i miei fratelli Prego farlo recapitare: Signora Rina Salmonì, Via S. Angelo in Pescheria 33, Roma- Falegnameria Tante grazie tante Chi trova questo biglietto farà opera buona nel farlo recapitare a mamma mia! E spero Iddio che ne renda ad esso il buon merito della buona azione fatta. Grazie mille.

Biglietto consegnato dai nazisti agli ebrei durante la razzia del 16 ottobre.

Archivio privato Renato Di Veroli

Rubino Romeo Salmonì A15810, Ho sconfitto Hitler, Provincia di Roma, 2011

“Ci svegliano in piena notte per portarci al carcere di Regina Coeli che, in confronto a via Tasso è un paradiso. Mi mettono nella cella 337 al terzo piano. Sono frastornato e distrutto, mi sento dimesso, insanguinato e affamato…”
“Si sperava, si pregava che la guerra finisse presto, per tornare a casa con i nostri cari; ma tutto faceva vedere il peggio. In piena notte ci chiamano, dicendo che saremmo partiti dopo circa due ore, ma ci rimandano nelle celle non essendoci gli autocarri per trasferirci. Ci eravamo illusi che si restasse in carcere a Roma; purtroppo il giorno seguente usciamo invece per salire sugli autocarri; ci vuole tutto il pomeriggio prima che gli automezzi si mettano in moto, ma almeno possiamo respirare un po’ d’aria pura”
Ma la domanda era: «Dove ci porteranno?».

Elisa Guida, Senza perdere la dignità. Una biografia di Piero Terracina, Roma, Viella, 2021

Piero entrò in prigione a quindici anni. Anna, Leo e Cesare rispettivamente a ventidue, ventuno, diciotto. Lidia a cinquantaquattro, Giovanni a cinquantacinque, Amedeo a quarantotto e Leone David a ottantatré. Non avevano fatto niente. Non avevano rubato. Non erano antifascisti. Non avevano commesso la benché minima infrazione alle regole degli occupanti. Esistevano. E questo bastava per essere rinchiusi nel Terzo braccio di Regina Coeli, gestito direttamente dai tedeschi. «Entrare in carcere fu sconvolgente, […] sentire i cancelli che si chiudono alle spalle, non capire perché, cosa sarebbe successo…».

Alberto Mieli con Ester Mieli, Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa, Venezia, Marsilio, 2016.

Quando scendemmo da quel pullman ci ritrovammo al carcere di Regina Coeli. Appena entrati ci presero le impronte digitali. Poi il secondino chiamò dodici nomi tra giudei e cristiani. Queste persone erano destinate al terzo braccio. Molti degli ebrei che furono mandati al terzo braccio ci rimasero per mesi interi – donne e uomini – per poi essere spediti prima a Fossoli e dopo ad Auschwitz.
Poi fecero il mio nome: «Alberto Mieli al sesto braccio!» Era quello riservato ai prigionieri politici. Io ero ancora un ragazzino e la mia grossa paura fu quella di non sapere chi avrei trovato in cella. Avevo paura di stare con assassini e delinquenti e invidiavo gli altri perché almeno erano rimasti uniti.

Amedeo Strazzera Perniciani, Umanità ed eroismo nella vita segreta di Regina Coeli, Roma, Azienda Libraria Amato, 1946.

“Gli arresti e le torture della polizia fascista e delle S.S. germaniche nei confronti di Saragat, Pertini, Ginzburg, Rossi Doria Gastone, Siglienti e Muscetta, rappresentanti autorevoli del Partito Socialista e del Partito d’Azione, producono profonda impressione nel Fronte Clandestino di Resistenza…”

Video testimonianza di Raimondo Di Neris e Rubino Romeo Salmonì, tratta dal documentario "La Razzia. Roma, 16 ottobre 1943", di Ruggero Gabbai

Romolo Efrati racconta come, da bambino, è stato arrestato con suo padre e trasferito, prima a Via Tasso e poi nel carcere di Regina Coeli.

26 Settembre 1943

Villa Wolkonsky (Ambasciata tedesca fino all'occupazione tedesca), via Ludovico di Savoia 11

Ugo Foà e Dante Almansi sono convocati da Herbert Kappler a Villa Wolkonsky per la richiesta dei cinquanta chili d'oro

Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma tra il 1941 e il 1944, e Dante Almansi, Presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944, vengono convocati da Herbert Kappler, Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma, a Villa Wolkonsky, sede dell’ambasciata tedesca fino all’occupazione. Kappler chiede la consegna di 50 chili d’oro alla Comunità, pena la deportazione di 200 dei suoi membri.

APPROFONDIMENTI

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Ugo Foà

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Dante Almansi

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Herbert Kappler

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villa Wolkonsky

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Verbale dell'interrogatorio

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Almansi in Rigano, p.27

Settimia Spizzichino

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Settimia Spizzichino

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

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Ritratto di Ugo Foà (1887-1953), presidente della Comunità Israelitica di Roma nei primi anni '40 e per tutto il periodo dell'occupazione nazista, in veste di procuratore generale della Corte d'appello di Roma (1934 - 1938).

Federico Spoltore, olio su tela. Museo Ebraico di Roma

Ritratto di Ugo Foà (1887-1953), presidente della Comunità Israelitica di Roma nei primi anni '40 e per tutto il periodo dell'occupazione nazista, in veste di procuratore generale della Corte d'appello di Roma (1934 - 1938).

Federico Spoltore, olio su tela. Museo Ebraico di Roma

Dante Almansi (1877-1949), giurista, prefetto, consigliere della Corte dei Conti dal 1930 fino alla promulgazione delle leggi antiebraiche. Presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944.

Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1988

Dante Almansi (1877-1949), giurista, prefetto, consigliere della Corte dei Conti dal 1930 fino alla promulgazione delle leggi antiebraiche. Presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944.

Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1988

Herbert Kappler (1907-1978), Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma.

Bundesarchiv, Berlin

Herbert Kappler (1907-1978), Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma.

Bundesarchiv, Berlin

Villa Wolkonsky durante l'occupazione nazista.

The National Archives, Kew, London

Villa Wolkonsky durante l'occupazione nazista.

The National Archives, Kew, London

Verbale dell'interrogatorio di Kappler, avvenuto il 22 agosto 1947, sulla convocazione dei due presidenti Foà e Almansi per la richiesta dei 50 chili d'oro.

Tribunale Militare di Roma

Verbale dell'interrogatorio di Kappler, avvenuto il 22 agosto 1947, sulla convocazione dei due presidenti Foà e Almansi per la richiesta dei 50 chili d'oro.

Tribunale Militare di Roma

Dante Almansi sul suo colloquio con Herbert Kappler, in Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino, Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Milano, Guerini e associati, 2006.

“Voi e i vostri correligionari avete la cittadinanza italiana, ma di ciò a me importa poco. Noi tedeschi vi consideriamo unicamente ebrei e come tali nostri nemici. Anzi, per essere più chiari, noi vi consideriamo come un gruppo distaccato, ma non isolato dei peggiori fra i nemici contro i quali stiamo combattendo. E come tali dobbiamo trattarvi. Però non sono le vostre vite né i vostri figli che vi prenderemo se adempirete alle nostre richieste. È il vostro oro che vogliamo per dare nuove armi al nostro paese. Entro 36 ore dovete versarmene 50 Kg. Se lo verserete non vi sarà fatto del male. In caso diverso, 200 fra voi verranno presi e deportati in Germania alla frontiera russa o altrimenti resi innocui.”

Da G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.

“Effettivamente, la sera del 26 settembre 1943, il presidente della Comunità Israelitica di Roma e quello dell’Unione delle Comunità Italiane – tramite il dott. Cappa, funzionario della Questura – erano stati convocati per le ore 18 all’Ambasciata Germanica. Li ricevette, paurosamente cortese e «distinto», il Maggiore delle SS Herbert Kappler, che li fece accomodare e per qualche momento parlò del più e del meno in tono di ordinaria conversazione. Poi entrò nel merito: gli ebrei di Roma erano doppiamente colpevoli, come italiani […] per il tradimento contro la Germania, e come ebrei perché appartenenti alla razza degli eterni nemici della Germania. Perciò il governo del Reich imponeva loro una taglia di 50 chilogrammi d’oro, da versarsi entro le ore 11 del successivo martedì 28. In caso di inadempienza, razzia e deportazione in Germania di 200 ebrei. Praticamente: poco più di un giorno e mezzo per trovare 50 chili d’oro.”