Those held in the Military College underwent an initial selection process. Around 230 non-Jews, protected foreigners, people of “mixed” origins and spouses in mixed marriages were freed. Meanwhile, others managed to escape.
Testimony of Settimia Spizzichino, in Settimia Spizzichino, Isa di Nepi Olper, Gli anni rubati. Le memorie di Settimia Spizzichino, reduce dai Lager di Auschwitz e Bergen – Belsen, Comune di Cava de’Tirreni, 1996.
“But the truck didn’t stop at Regina Coeli prison. It continued to the Military College. They took us to a large hall. We stayed there for hours. I can’t clearly remember what I was thinking back then; the thoughts of my companions in misfortune surfaced in their confused questions, explanations, prayers. Would they be taking us to work? And where? Would they intern us in a concentration camp?…”
“They called us one by one to register and forced us to hand over gold and money. We didn’t have much,the little we had left was hidden at home, in a big bottle. Many people handed over everything, some tried in vain to hide something…”
Da G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.
“The Jews were gathered at the Military College. The trucks entered, stopping in front of the back colonnade. The unloading took place with the same roughness and swiftness used earlier when they were loaded. The new arrivals were told to line up in threes, at some distance from similar groups, already standing waiting under the surveillance of numerous German guards armed to the teeth…”
Testimony of Armino Wachsberger, in Arminio Wachsberger, L’interprete. Dalle leggi razziali alla Shoah, storia di un italiano sopravvissuto alla bufera, a cura di Clara e Silvia Wachsberger, Milano, Proedi, 2010.
“The SS wandered around the courtyard pointing their guns and shouting orders in German, those who didn’t understand were immediately hit with rifle butts.
I couldn’t bear that gratuitous violence anymore, so I turned to the person I guessed was the commander of that operation. He was a very young captain; he was called Theo Dannecker. […] I spoke to him in German and told him I would gladly be his interpreter…”
“They placed us in groups in the Military College’s various lecture halls. In the late afternoon, an order arrived stating that there would be a specific selection to free Catholics who had ended up there by mistake, as well as children of mixed marriages.
Dannecker called me over, he made me climb on top of a table next to him, I had to translate his words: ‘Who is not a Jew, stand in line here; if I find a Jew who has the courage to claim not to be one, the minute I discover the lie, the liar will be eliminated. And we Germans are not in the habit of playing around.”
“There were also two women who told me they and their family had just escaped from Ferrara: Bianca Ravenna Levi and her daughter Piera. They had gone to stay with relatives in Rome, certain that this city was safer, as were many people in the North: everyone thought the Allies would soon arrive to protect them. They were clearly running a great risk due to their identity cards, […]
Bianca’s sister Alba, was also with them, arrested with her husband and son. When Alba heard of the selection of half-Jews, she pushed her sister and niece forward, so they could exploit the fact that they were not on the registers of Roman Jews. Her gesture managed to save them, while she and the rest of her family did not return.”
“A total of 252 people were freed. Whereas I remember the courage of a non-Jewish Italian woman, the nurse of a young Jewish man with epilepsy, who didn’t want to be separated from him and so suffered our same fate. She did not return.”
Testimony of Settimia Spizzichino, in Settimia Spizzichino, Isa di Nepi Olper, Gli anni rubati. Le memorie di Settimia Spizzichino, reduce dai Lager di Auschwitz e Bergen – Belsen, Comune di Cava de’Tirreni, 1996.
“We stayed at the Military College for two days, always on those benches, eating what little we had brought from home. Then, one morning they loaded us onto grey trucks again. The trucks moved. Someone threw notes they had written to warn relatives. It was a huge risk, but I know that some of those notes were delivered. They made us get out at Tiburtina station.”
Testimony of Armino Wachsberger, in Arminio Wachsberger, L’interprete. Dalle leggi razziali alla Shoah, storia di un italiano sopravvissuto alla bufera, a cura di Clara e Silvia Wachsberger, Milano, Proedi, 2010.
“We stayed there in terrible conditions on October 16 and 17. The people were mainly women, children, the sick and the elderly. I remember a young woman, Marcella Perugia, gave birth to a baby boy. Everyone slept on the floor, waiting for the order to depart.”
Testimony of Iris Origo, from Iris Origo, Guerra in Val D’orcia, Chianciano Terme, Biblos, 2014.
On October 16th there was the “raid” of Roman Jews, […] In Chiusi the body of an old man who had died on the journey was unloaded.
Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma tra il 1941 e il 1944, e Dante Almansi, Presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944, vengono convocati da Herbert Kappler, Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma, a Villa Wolkonsky, sede dell’ambasciata tedesca fino all’occupazione. Kappler chiede la consegna di 50 chili d’oro alla Comunità, pena la deportazione di 200 dei suoi membri.
Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò
Settimia Spizzichino
Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.
Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.
Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò
Dante Almansi sul suo colloquio con Herbert Kappler, in Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino, Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Milano, Guerini e associati, 2006.
“Voi e i vostri correligionari avete la cittadinanza italiana, ma di ciò a me importa poco. Noi tedeschi vi consideriamo unicamente ebrei e come tali nostri nemici. Anzi, per essere più chiari, noi vi consideriamo come un gruppo distaccato, ma non isolato dei peggiori fra i nemici contro i quali stiamo combattendo. E come tali dobbiamo trattarvi. Però non sono le vostre vite né i vostri figli che vi prenderemo se adempirete alle nostre richieste. È il vostro oro che vogliamo per dare nuove armi al nostro paese. Entro 36 ore dovete versarmene 50 Kg. Se lo verserete non vi sarà fatto del male. In caso diverso, 200 fra voi verranno presi e deportati in Germania alla frontiera russa o altrimenti resi innocui.”
Da G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.
“Effettivamente, la sera del 26 settembre 1943, il presidente della Comunità Israelitica di Roma e quello dell’Unione delle Comunità Italiane – tramite il dott. Cappa, funzionario della Questura – erano stati convocati per le ore 18 all’Ambasciata Germanica. Li ricevette, paurosamente cortese e «distinto», il Maggiore delle SS Herbert Kappler, che li fece accomodare e per qualche momento parlò del più e del meno in tono di ordinaria conversazione. Poi entrò nel merito: gli ebrei di Roma erano doppiamente colpevoli, come italiani […] per il tradimento contro la Germania, e come ebrei perché appartenenti alla razza degli eterni nemici della Germania. Perciò il governo del Reich imponeva loro una taglia di 50 chilogrammi d’oro, da versarsi entro le ore 11 del successivo martedì 28. In caso di inadempienza, razzia e deportazione in Germania di 200 ebrei. Praticamente: poco più di un giorno e mezzo per trovare 50 chili d’oro.”