16-18 ottobre 1943

Collegio militare (Palazzo Salviati), via della Lungara 82-83 e Piazza della Rovere

Le persone arrestate durante la razzia del 16 ottobre vengono rinchiuse nel Collegio militare fino al 18 ottobre, quando sono trasferite presso la stazione Tiburtina.

Durante la detenzione nel Collegio militare avviene una prima selezione. Vengono rilasciati i non ebrei, gli stranieri protetti, i “misti” e i coniugi di matrimonio misto, circa 230 persone. Alcuni, invece, riescono anche a scappare.

APPROFONDIMENTI

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Adolfo Di Veroli

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Marcella Perugia

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Cortile del Collegio militare

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Allievi del Collegio militare

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Palazzo Salviati

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Verbale dell'interrogatorio

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Verbale dell'interrogatorio

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Verbale dell'interrogatorio

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Verbale dell'interrogatorio

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Almansi in Rigano, p.27

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Video Testimonianza

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Video Testimonianza

Adolfo Di Veroli (1935-1943). Il bambino sofferente per un'incisione alla natica, medicato nel Collegio militare dal dott. Serafino Santomauro il 17 ottobre.

Archivio privato Renato di Veroli

Adolfo Di Veroli (1935-1943). Il bambino sofferente per un'incisione alla natica, medicato nel Collegio militare dal dott. Serafino Santomauro il 17 ottobre.

Archivio privato Renato di Veroli

Marcella Perugia (1920-1943). Il 17 ottobre del 1943, all'interno del Collegio militare, Marcella dà alla luce un bambino che sarà ucciso insieme a lei a Birkenau il successivo 23 ottobre.

Archivio privato Alberto Di Consiglio

Marcella Perugia (1920-1943). Il 17 ottobre del 1943, all'interno del Collegio militare, Marcella dà alla luce un bambino che sarà ucciso insieme a lei a Birkenau il successivo 23 ottobre.

Archivio privato Alberto Di Consiglio

Il cortile del Collegio militare, nella sede di Palazzo Salviati, accoglie i suoi allievi durante una cerimonia militare (1930).

Archivio fotografico Istituto Luce A00021517

Il cortile del Collegio militare, nella sede di Palazzo Salviati, accoglie i suoi allievi durante una cerimonia militare (1930).

Archivio fotografico Istituto Luce A00021517

Allievi del Collegio militare nel cortile della sede di Palazzo Salviati su Via della Lungara (1942).

Archivio fotografico Istituto Luce A00140537

Allievi del Collegio militare nel cortile della loro sede di Palazzo Salviati su via della Lungara (1942).

Archivio fotografico Istituto Luce A00140537

Palazzo Salviati, oggi.

Archivio fotografico Istituto Luce

Palazzo Salviati, oggi.

Archivio fotografico Istituto Luce

Il dottor Serafino Santomauro attesta di aver medicato, il giorno 17 ottobre 1943, all'interno del Collegio militare, un bambino di nove anni, Adolfo Di Veroli (1935-1943), sofferente per un'incisione alla natica. Il dottore dichiara anche di aver assistito una donna partoriente. Si tratta di Marcella Perugia (1920-1943), che morirà nelle camere a gas di Birkenau insieme a suo figlio, rimasto senza nome.

Archivio privato Renato di Veroli

Il dottor Serafino Santomauro attesta di aver medicato, il giorno 17 ottobre 1943, all'interno del Collegio militare, un bambino di nove anni, Adolfo Di Veroli (1935-1943), sofferente per un'incisione alla natica. Il dottore dichiara anche di aver assistito una donna partoriente. Si tratta di Marcella Perugia (1920-1943), che morirà nelle camere a gas di Birkenau insieme a suo figlio, rimasto senza nome.

Archivio privato Renato di Veroli

Biglietto scritto da Silvia Sermoneta (1897-1943) durante la permanenza al Collegio militare: "Prego chi avrà in mano questo biglietto di recapitarlo subito che [è] un caso pietoso per un malato grave". Il riferimento è al marito Lello di Nepi (1882-1943), che infatti morirà durante il tragitto in treno. Segue una lista di oggetti necessari per affrontare la deportazione: "Dobbiamo fare un lungo viaggio e abbiamo bisogno urgente. Se Lei non mi aiuta si muore in viaggio".

Archivio privato Manoela Pavoncello

Biglietto scritto da Silvia Sermoneta (1897-1943) durante la permanenza al Collegio Militare: "Prego chi avrà in mano questo biglietto di recapitarlo subito che [è] un caso pietoso per un malato grave". Il riferimento è al marito Lello di Nepi (1882-1943), che infatti morirà durante il tragitto in treno. Segue una lista di oggetti necessari per affrontare la deportazione: "Dobbiamo fare un lungo viaggio e abbiamo bisogno urgente. Se Lei non mi aiuta si muore in viaggio".

Archivio privato Manoela Pavoncello

17 Ottobre 1943: telegramma di von Weizsäcker, ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, al Ministero degli Esteri del Reich sulla reazione del Vaticano alla razzia degli ebrei. L’ambasciatore non fa menzione dell’incontro avuto con il cardinal Maglione, il quale gli ha prospettato l’eventualità di una protesta ufficiale del Papa. “Posso confermare la reazione del Vaticano di fronte alla deportazione degli ebrei da Roma, come vi ha riferito mons. Hudal. La curia è particolarmente colpita dal fatto che la vicenda si sia svolta, per così dire, sotto le finestre del Papa. La reazione potrebbe essere attenuata se gli ebrei fossero utilizzati per il lavoro coatto in Italia. Gli ambienti ostili di Roma colgono l’occasione per costringere il Vaticano a uscire dal suo riserbo. Si afferma che nelle città francesi dove sono accaduti fatti analoghi i vescovi abbiano preso apertamente posizione. E il Papa, come capo supremo della Chiesa e vescovo di Roma, non potrebbe fare di meno. Si è cominciato a paragonare il Papa attuale con il ben più energico Pio XI. La propaganda dei nostri nemici all’estero coglierà certamente questa occasione per provocare tensioni fra la curia e noi.”

Politisches Archiv des Auswärtigen Amts, Berlin

Archivio fotografico Istituto Luce

Palazzo Salviati, oggi.

Archivio fotografico Istituto Luce

Il 28 Ottobre 1943, l’ambasciatore von Weizsäcker comunica al Ministero degli Esteri a Berlino che il Papa non ha preso apertamente posizione sulla deportazione degli ebrei: “Il Papa non si è lasciato convincere a rilasciare alcuna dichiarazione pubblica contro la deportazione degli ebrei da Roma, sebbene sembri aver subito pressioni da più parti. Nonostante egli si renda conto che tale atteggiamento gli verrà rimproverato dai nostri nemici e dai circoli protestanti nei paesi anglosassoni con intenti di propaganda anticattolica, in questa delicata questione egli si è prodigato per non compromettere i rapporti con il governo del Reich e le autorità tedesche a Roma. Dato che non si dovrebbero più prendere altre misure contro gli ebrei qui a Roma, possiamo considerare liquidata questa questione spiacevole nel quadro dei rapporti tedesco vaticani. In questo senso, da parte vaticana è stato dato un chiaro segnale. L’Osservatore Romano del 25/26 Ottobre ha pubblicato, ben in rilievo, un comunicato ufficioso sull’attività caritatevole del Papa, in cui possiamo leggere nello stile ornato e criptico del Vaticano che la sollecitudine paterna del Papa si estende a tutti gli uomini quale che sia la loro nazionalità, religione e razza. L’instancabile e molteplice attività di Pio XII si è intensificata in questi ultimi tempi in seguito alle accresciute sofferenze di tanti sventurati. Credo che non sia necessario protestare contro questa pubblicazione, in quanto il testo, di cui vi allego la traduzione, sarà interpretato solo da un esiguo numero di persone come un riferimento diretto alla questione ebraica.”

Politisches Archiv des Auswärtigen Amts, Berlin

Archivio fotografico Istituto Luce

Palazzo Salviati, oggi.

Archivio fotografico Istituto Luce

Testimonianza di Settimia Spizzichino, in Settimia Spizzichino, Isa di Nepi Olper, Gli anni rubati. Le memorie di Settimia Spizzichino, reduce dai Lager di Auschwitz e Bergen – Belsen, Comune di Cava de’Tirreni, 1996.

“Ma il Camion non si fermò al carcere di Regina Coeli. Andò avanti, fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula. Restammo lì per ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riseco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portati a lavorare? E dove? Ci avrebbero internati in un campo di concentramento?…”
“Ci chiamarono ad uno ad uno per registrarci e ci imposero di consegnare oro e soldi. Noi non avevamo niente, quel poco che era rimasto stava nascosto a casa, in un bottiglione. Molti consegnarono tutto, alcuni cercarono invano di nascondere qualche cosa…”

Da G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.

“Gli ebrei furono ammassati nel Collegio Militare. I camion entravano, andavano a fermarsi davanti al porticato di fondo. Le operazioni di scarico si svolgevano con la stessa ruvidezza e sommarietà con cui erano avvenute quelle di carico. I nuovi arrivati erano fatti schierare per tre, a qualche distanza da gruppi consimili, che già stazionavano sotto la sorveglianza di numerose sentinelle tedesche armate fino ai denti”

Testimonianza di Armino Wachsberger, in Arminio Wachsberger, L’interprete. Dalle leggi razziali alla Shoah, storia di un italiano sopravvissuto alla bufera, a cura di Clara e Silvia Wachsberger, Milano, Proedi, 2010.

“Le SS giravano per il cortile imbracciando le armi e sbraitando ordini in tedesco, chi non li comprendeva veniva immediatamente colpito dai calci dei loro fucili. Non ne potevo più di quella violenza gratuita, così mi rivolsi a quello che intuii potesse essere il comandante di quella operazione. Era un giovane capitano, si chiamava Theo Dannecker. […] Gli parlai in tedesco e gli dissi che gli avrei fatto volentieri da interprete…”

“Ci sistemarono a gruppi nelle varie aule del Collegio Militare. A pomeriggio inoltrato arrivò l’ordine che stabiliva che ci sarebbe stata una particolare selezione per liberare le persone di origine cattolica finite lì per errore nonché i figli di matrimonio misto. Dannecker mi chiamò, mi fece salire sopra un tavolo insieme a lui, io dovetti tradurre le sue parole: ‘Chi non è ebreo, si metta in fila qui; se trovo un ebreo che ha il coraggio di dichiarare di non esserlo, nello stesso momento in cui scopro la menzogna il mentitore sarà eliminato. E noi tedeschi non abbiamo l’abitudine di scherzare.”

“C’erano anche due donne che mi dissero di essere appena scappate con i loro familiari da Ferrara: Bianca Ravenna Levi e sua figlia Piera. Avevano raggiunto dei parenti a Roma, convinte che questa città fosse più sicura, come molti al nord: tutti pensavano che gli Alleati sarebbero arrivati ben presto a proteggerli. Erano chiaramente molto a rischio per quanto riguardava la carta d’identità, […] Con loro c’era anche la sorella di Bianca, Alba, arrestata con il marito e il figlio. Quando sentì della selezione dei mezzi ebrei, spinse avanti la sorella e la nipote, che approfittassero di quel non essere negli elenchi degli ebrei romani. Con questo gesto riuscì a salvarle, mentre lei e la sua famiglia non tornarono.”

“In totale furono liberate 252 persone. Ricordo invece il coraggio di una donna italiana, non ebrea, infermiera di un giovane ebreo epilettico, che non volle separarsi da lui e che quindi seguì la nostra stessa sorte. Non tornò.”

Testimonianza di Settimia Spizzichino, in Settimia Spizzichino, Isa di Nepi Olper, Gli anni rubati. Le memorie di Settimia Spizzichino, reduce dai Lager di Auschwitz e Bergen – Belsen, Comune di Cava de’Tirreni, 1996.

“Restammo al Collegio Militare per due giorni, sempre su quelle panche, mangiando quel poco che ci eravamo portati da casa. Poi, un mattino ci caricarono di nuovo sui camion grigi. I camion si mossero. Qualcuno gettò fuori dei biglietti che avevano scritto per avvertire i familiari. Era un grosso rischio, ma so che alcuni di quei biglietti furono recapitati. Ci fecero scendere alla stazione Tiburtina.”

Testimonianza di Armino Wachsberger, in Arminio Wachsberger, L’interprete. Dalle leggi razziali alla Shoah, storia di un italiano sopravvissuto alla bufera, a cura di Clara e Silvia Wachsberger, Milano, Proedi, 2010.

“Restammo lì il 16 e il 17 ottobre, in condizioni tremende. Le persone erano in prevalenza donne, bambini, malati, anziani. Ricordo che una giovane, Marcella Perugia, partorì un maschietto. Dormivano tutti per terra, in attesa dell’ordine per la partenza.”

Testimonianza di Iris Origo, da Iris Origo, Guerra in Val D’orcia, Chianciano Terme, Biblos, 2014.

E il 16 ottobre c’è stata la “razzia” degli ebrei di Roma, […] A Chiusi è stato scaricato il cadavere d’un vecchio deceduto durante il viaggio.

Video testimonianze di Settimia Spizzichino e Arminio Wachsberger, tratte dal documentario

"La Razzia. Roma, 16 ottobre 1943", di Ruggero Gabbai

Video testimonianza di Guidobaldo Passigli, testimone della persecuzione antiebraica.

26 Settembre 1943

Villa Wolkonsky (Ambasciata tedesca fino all'occupazione tedesca), via Ludovico di Savoia 11

Ugo Foà e Dante Almansi sono convocati da Herbert Kappler a Villa Wolkonsky per la richiesta dei cinquanta chili d'oro

Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma tra il 1941 e il 1944, e Dante Almansi, Presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944, vengono convocati da Herbert Kappler, Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma, a Villa Wolkonsky, sede dell’ambasciata tedesca fino all’occupazione. Kappler chiede la consegna di 50 chili d’oro alla Comunità, pena la deportazione di 200 dei suoi membri.

APPROFONDIMENTI

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Ugo Foà

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Dante Almansi

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Herbert Kappler

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villa Wolkonsky

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Verbale dell'interrogatorio

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Almansi in Rigano, p.27

Settimia Spizzichino

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Settimia Spizzichino

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

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Ritratto di Ugo Foà (1887-1953), presidente della Comunità Israelitica di Roma nei primi anni '40 e per tutto il periodo dell'occupazione nazista, in veste di procuratore generale della Corte d'appello di Roma (1934 - 1938).

Federico Spoltore, olio su tela. Museo Ebraico di Roma

Ritratto di Ugo Foà (1887-1953), presidente della Comunità Israelitica di Roma nei primi anni '40 e per tutto il periodo dell'occupazione nazista, in veste di procuratore generale della Corte d'appello di Roma (1934 - 1938).

Federico Spoltore, olio su tela. Museo Ebraico di Roma

Dante Almansi (1877-1949), giurista, prefetto, consigliere della Corte dei Conti dal 1930 fino alla promulgazione delle leggi antiebraiche. Presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944.

Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1988

Dante Almansi (1877-1949), giurista, prefetto, consigliere della Corte dei Conti dal 1930 fino alla promulgazione delle leggi antiebraiche. Presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dal 1939 al 1944.

Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1988

Herbert Kappler (1907-1978), Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma.

Bundesarchiv, Berlin

Herbert Kappler (1907-1978), Capo della Polizia di Sicurezza tedesca (Sipo) a Roma.

Bundesarchiv, Berlin

Villa Wolkonsky durante l'occupazione nazista.

The National Archives, Kew, London

Villa Wolkonsky durante l'occupazione nazista.

The National Archives, Kew, London

Verbale dell'interrogatorio di Kappler, avvenuto il 22 agosto 1947, sulla convocazione dei due presidenti Foà e Almansi per la richiesta dei 50 chili d'oro.

Tribunale Militare di Roma

Verbale dell'interrogatorio di Kappler, avvenuto il 22 agosto 1947, sulla convocazione dei due presidenti Foà e Almansi per la richiesta dei 50 chili d'oro.

Tribunale Militare di Roma

Dante Almansi sul suo colloquio con Herbert Kappler, in Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino, Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione, Milano, Guerini e associati, 2006.

“Voi e i vostri correligionari avete la cittadinanza italiana, ma di ciò a me importa poco. Noi tedeschi vi consideriamo unicamente ebrei e come tali nostri nemici. Anzi, per essere più chiari, noi vi consideriamo come un gruppo distaccato, ma non isolato dei peggiori fra i nemici contro i quali stiamo combattendo. E come tali dobbiamo trattarvi. Però non sono le vostre vite né i vostri figli che vi prenderemo se adempirete alle nostre richieste. È il vostro oro che vogliamo per dare nuove armi al nostro paese. Entro 36 ore dovete versarmene 50 Kg. Se lo verserete non vi sarà fatto del male. In caso diverso, 200 fra voi verranno presi e deportati in Germania alla frontiera russa o altrimenti resi innocui.”

Da G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino, Einaudi, 2001.

“Effettivamente, la sera del 26 settembre 1943, il presidente della Comunità Israelitica di Roma e quello dell’Unione delle Comunità Italiane – tramite il dott. Cappa, funzionario della Questura – erano stati convocati per le ore 18 all’Ambasciata Germanica. Li ricevette, paurosamente cortese e «distinto», il Maggiore delle SS Herbert Kappler, che li fece accomodare e per qualche momento parlò del più e del meno in tono di ordinaria conversazione. Poi entrò nel merito: gli ebrei di Roma erano doppiamente colpevoli, come italiani […] per il tradimento contro la Germania, e come ebrei perché appartenenti alla razza degli eterni nemici della Germania. Perciò il governo del Reich imponeva loro una taglia di 50 chilogrammi d’oro, da versarsi entro le ore 11 del successivo martedì 28. In caso di inadempienza, razzia e deportazione in Germania di 200 ebrei. Praticamente: poco più di un giorno e mezzo per trovare 50 chili d’oro.”