album-art

Giovanni Segantini
La portatrice d’acqua

“La portatrice d’acqua”, oggi conservato presso il Museo Segantini di San Moritz e restaurato appositamente per la mostra, testimonia il momento di passaggio per Segantini dalla pittura ad impasto al divisionismo. Vi suggerisco un confronto con “Dopo il temporale”, in questa stessa sala, realizzato ancora in Brianza tra il 1884 e il 1886 e interamente a impasto. In “La portatrice d’acqua” invece, eseguito dopo l’emigrazione nei Grigioni, abbiamo l’esempio dell’esordio divisionista di Segantini che anticipa quello di tutti gli altri suoi colleghi. La pennellata si fa spezzata, divisa appunto, nella resa dell’erba, delle mani, delle maniche e della gonna e si avverte già l’uso dei complementari. L’effetto tattile delle cose, la raffinata sensualità si esprimono proprio nella divisione del colore. La protagonista è Barbara Uffer (detta Baba), la ragazza assunta dai Segantini sin dall’arrivo a Savognino come bambinaia e aiutante di casa, divenuta l’unica modella. Il formato verticale, la presenza del muro che chiude l’orizzonte, la posizione di spalle che nasconde il volto: tutto concorre a un senso di oppressione, pacatamente accettata.

1886-1887
Olio su tela, 74 × 45,5 cm

Saint Moritz, Museo Segantini

Giovanni Segantini
La portatrice d’acqua

album-art

“La portatrice d’acqua”, oggi conservato presso il Museo Segantini di San Moritz e restaurato appositamente per la mostra, testimonia il momento di passaggio per Segantini dalla pittura ad impasto al divisionismo. Vi suggerisco un confronto con “Dopo il temporale”, in questa stessa sala, realizzato ancora in Brianza tra il 1884 e il 1886 e interamente a impasto. In “La portatrice d’acqua” invece, eseguito dopo l’emigrazione nei Grigioni, abbiamo l’esempio dell’esordio divisionista di Segantini che anticipa quello di tutti gli altri suoi colleghi. La pennellata si fa spezzata, divisa appunto, nella resa dell’erba, delle mani, delle maniche e della gonna e si avverte già l’uso dei complementari. L’effetto tattile delle cose, la raffinata sensualità si esprimono proprio nella divisione del colore. La protagonista è Barbara Uffer (detta Baba), la ragazza assunta dai Segantini sin dall’arrivo a Savognino come bambinaia e aiutante di casa, divenuta l’unica modella. Il formato verticale, la presenza del muro che chiude l’orizzonte, la posizione di spalle che nasconde il volto: tutto concorre a un senso di oppressione, pacatamente accettata.

1886-1887
Olio su tela, 74 × 45,5 cm

Saint Moritz, Museo Segantini

Settimia Spizzichino

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Settimia Spizzichino

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

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