Le sfide del Museo Tolomeo di Bologna, tra pandemia e didattica museale

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“Nella prima fase c’è stata una sensazione di panico, molti musei si sono lanciati in produzioni digitali, espandendo la propria identità all’interno di un territorio non sempre noto, non sempre frequentato, senza il know-how. In questo secondo lockdown, più morbido del primo, si può vedere invece che i musei stanno proponendo di continuo tavole rotonde dove si parla maggiormente di comunità, specialmente intorno al digitale e intorno alla ‘fine del museo per come lo abbiamo conosciuto’. Non si vedono opere, non si vedono gallerie virtuali, dialoghi tra le opere ma dialoghi tra le istituzioni”. 

Così Fabio Fornasari, curatore del Museo Tolomeo di Bologna, intervistato da Annalisa Trasatti per Artribune. 

Che continua: “In fin dei conti, oggi come da sempre, i musei sono fatti dalle persone che li abitano, non dalle tecnologie. Le tecnologie ricalcano i toni delle parole di chi le usa. In questi sei mesi siamo tutti maturati un poco. Abbiamo compreso l’importanza di stare in rete e vicini per immaginare un ‘poi’. Si sono aggiustati i toni. Ma saremo realmente meno competitivi anche dopo? Accetteremo le influencer e gli influencer nei musei per usare linguaggi differenti o dobbiamo attendere un terzo lockdown?”. 

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