Emilio Longoni
Le capinere

Siamo qui in presenza di un’opera che di divisionista ancora non ha nulla. Il richiamo della primavera per due giovani monache che al di là del muro del convento scoprono un nido costituisce un sottinteso psicologico tipico della corrente Scapigliata. Ciò nonostante il dipinto costituisce una reazione a tale corrente in quanto l’opera dà risalto anche al paesaggio che per gli scapigliati era di gran lunga secondario. Il dipinto risale alla fine del biennio 1882-1884, epoca del sodalizio tra Longoni e Segantini in Brianza, quando i due giovani condividevano casa e vitalizio, lavorando insieme sotto contratto per la Galleria Grubicy. Era stato Segantini a presentare Longoni, suo amico sin dai tempi dell’Accademia di Brera, al quale lo legava un comune passato di miseria. Curiosamente, il dipinto è quello che chiuse il sodalizio. Vittore Grubicy, che per contratto si era arrogato il diritto di firmare le opere di Segantini, appose su questa, per lui giustamente superiore a quella di Segantini di analogo soggetto, il monogramma G.S, ancora visibile oggi seppur semi cancellato. Longoni, reagendo al sopruso, ruppe drasticamente con il compagno e il mercante, mettendo fine a un rapporto che era stato comunque proficuo per entrambi.

1884
Olio su tela, 110 × 170 cm

Milano, Fondazione IRCCS Ca’ Grande Ospedale Maggiore Policlinico

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Emilio Longoni
Le capinere

Siamo qui in presenza di un’opera che di divisionista ancora non ha nulla. Il richiamo della primavera per due giovani monache che al di là del muro del convento scoprono un nido costituisce un sottinteso psicologico tipico della corrente Scapigliata. Ciò nonostante il dipinto costituisce una reazione a tale corrente in quanto l’opera dà risalto anche al paesaggio che per gli scapigliati era di gran lunga secondario. Il dipinto risale alla fine del biennio 1882-1884, epoca del sodalizio tra Longoni e Segantini in Brianza, quando i due giovani condividevano casa e vitalizio, lavorando insieme sotto contratto per la Galleria Grubicy. Era stato Segantini a presentare Longoni, suo amico sin dai tempi dell’Accademia di Brera, al quale lo legava un comune passato di miseria. Curiosamente, il dipinto è quello che chiuse il sodalizio. Vittore Grubicy, che per contratto si era arrogato il diritto di firmare le opere di Segantini, appose su questa, per lui giustamente superiore a quella di Segantini di analogo soggetto, il monogramma G.S, ancora visibile oggi seppur semi cancellato. Longoni, reagendo al sopruso, ruppe drasticamente con il compagno e il mercante, mettendo fine a un rapporto che era stato comunque proficuo per entrambi.

1884
Olio su tela, 110 × 170 cm

Milano, Fondazione IRCCS Ca’ Grande Ospedale Maggiore Policlinico

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Settimia Spizzichino

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Settimia Spizzichino

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

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