album-art

Emilio Longoni
Le capinere

Dopo aver incontrato il linguaggio etereo di Previati nel capolavoro monumentale “Maternità”, che avete ammirato al piano terreno, dovete fare lo sforzo di tornare indietro nell’evoluzione dell’artista. In quest’opera, anteriore di oltre 4 anni rispetto a “Maternità”, Previati riprende un tema notissimo nel cosiddetto orientalismo europeo che ha radice nel celeberrimo dipinto di Delacroix “Donne d’Algeri nei loro appartamenti (1833)”, quello delle scene di harem, care ai visitatori dei Salons parigini. Tuttavia, l’orientalismo qui è soltanto pretesto a un soggetto derivato dalla letteratura romantica e decadente: la glorificazione della droga come porta del sogno, creatrice di visioni non percepibili senza il suo tramite, quale la celebrava Baudelaire. Il richiamo alla scapigliatura è nella natura del soggetto più che nel modo di dipingere. “Le fumatrici di hashish” è comunque un dipinto di transizione. La materia è ancora spessa e ad impasto. Le pennellate e i toni bassi – fanno eccezione soltanto i fili colorati del tappeto sul quale si accucciano le donne – suggeriscono la trasparenza del fumo e l’abbandono di queste donne dal volto rovesciato in estasi, isolate nel loro mondo onirico.

1887
Olio su tela, 140 x 311 cm

Collezione privata

Emilio Longoni
Le capinere

album-art

Dopo aver incontrato il linguaggio etereo di Previati nel capolavoro monumentale “Maternità”, che avete ammirato al piano terreno, dovete fare lo sforzo di tornare indietro nell’evoluzione dell’artista. In quest’opera, anteriore di oltre 4 anni rispetto a “Maternità”, Previati riprende un tema notissimo nel cosiddetto orientalismo europeo che ha radice nel celeberrimo dipinto di Delacroix “Donne d’Algeri nei loro appartamenti (1833)”, quello delle scene di harem, care ai visitatori dei Salons parigini. Tuttavia, l’orientalismo qui è soltanto pretesto a un soggetto derivato dalla letteratura romantica e decadente: la glorificazione della droga come porta del sogno, creatrice di visioni non percepibili senza il suo tramite, quale la celebrava Baudelaire. Il richiamo alla scapigliatura è nella natura del soggetto più che nel modo di dipingere. “Le fumatrici di hashish” è comunque un dipinto di transizione. La materia è ancora spessa e ad impasto. Le pennellate e i toni bassi – fanno eccezione soltanto i fili colorati del tappeto sul quale si accucciano le donne – suggeriscono la trasparenza del fumo e l’abbandono di queste donne dal volto rovesciato in estasi, isolate nel loro mondo onirico.

1887
Olio su tela, 140 x 311 cm

Collezione privata

Settimia Spizzichino

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Settimia Spizzichino

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Nasce il 15 aprile del 1921 ed è la quarta di sei figli. In un primo tempo la famiglia vive a Tivoli dove il padre, Marco Mosè Spizzichino, è commerciante. Dopo la promulgazione delle leggi antiebraiche, persa la licenza del negozio, la famiglia decide di trasferirsi a Roma, presso le figlie Ada e Gentile ormai sposate.
Il 16 ottobre i nazisti irrompono nell’appartamento di via della Reginella 2, dove gli Spizzichino risiedono. Con la prontezza che la contraddistingue, Settimia riesce a salvare la sorella Gentile e i suoi tre figli dichiarandoli non ebrei. Lei viene però deportata con la madre Grazia Di Segni, le sorelle Giuditta e Ada, la nipotina Rosanna di solo 18 mesi.
All’arrivo a Birkenau solo Settimia e Giuditta superano la selezione, mentre le altre vengono mandate alle camere a gas. Giuditta, purtroppo, non sopravvive al lavoro schiavo.
Settimia, immatricolata con il numero 66210, viene successivamente trasferita ad Auschwitz I per essere sottoposta a una terribile sperimentazione medica a cui miracolosamente sopravvive. Nel gennaio del 1945 deve affrontare anche la “marcia della morte” verso il campo di Bergen-Belsen, dove rimane fino all’arrivo degli inglesi. L’11 settembre rientra finalmente a Roma.
Settimia è una delle prime persone sopravvissute ad Auschwitz a testimoniare il dramma della Shoah, impegno che avrebbe onorato per tutta la vita.
Nel 1996 esce il suo libro: Gli anni rubati. Muore il 3 luglio 2000 a Roma.

Fondazione Museo della Shoah, Roma Fondo David Calò

Contattaci