G. Segantini
All'ovile

Non più visto dalla XXVI Biennale di Venezia del 1952, quando Marco Valsecchi lo espose nella sala dedicata al divisionismo in Italia, il dipinto fa parte di un ciclo di tre opere dedicate agli effetti della luce di una lanterna in un ambiente buio e senz’aria. Le tre tele ripropongono con un linguaggio sperimentale moderno la tradizione luminista seicentesca, da Caravaggio ai fiamminghi e alle acqueforti di Rembrandt, che Segantini ben conosceva. La prima opera, la più monumentale, “Le due madri. Studio di lanterna” è una tela di oltre tre metri del 1889 ora conservata alla Civica Galleria d’Arte Moderna di Milano; la seconda, “All’arcolaio”, del 1891 è conservata in Australia dal 1898 alla National Gallery di Adelaide. Il soggetto riprende quello de “Le due madri”, il quale, attraverso un parallelo tra l’essere umano e l’animale, raffigura la maternità come fatto naturale che unisce le creature, bisognose di tenerezza e calore. Tutte e tre le opere sono capolavori, tuttavia l’effetto magico della luce, che ammanta la scena di trascendenza, è ancor più percettibile in “All’ovile”, proprio per la dimensione più intimista. Per quanto riguarda la tecnica divisionista, qui Segantini va oltre la resa suggestiva della luce utilizzando di trattini di colori puri giustapposti secondo lo sviluppo della forma e l’irradiarsi dei riflessi che reggono l’immagine. Inoltre, l’utilizzo di oro in polvere e in particelle incorporate all’impasto fresco consente all’artista di accentuare le vibrazioni con un suggestivo luccichio, secondo un modo iniziato con “Petalo di rosa” nel 1890. Come sempre colpisce la profonda capacità di suggerire l’essenza delle cose, la loro fisicità: dal vello delle pecore al tessuto del vestito della donna e al suo volto, al legno della mangiatoia diverso da quello della culla, tutto prende vita, persino il sentore umido e ovattato dell’ambiente-rifugio.

1892
Olio su tela, 68 x 115 cm


Gallerie Maspes, Milano

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